Nella provincia di Siracusa si sta consolidando un fenomeno politico che merita più di una cronaca locale. È una torsione silenziosa degli equilibri istituzionali: sindaci sostenuti dalle proprie maggioranze che, invece di difendere il Consiglio comunale, ne determinano la caduta. Non per mano dell’opposizione, ma per scelta dei fedelissimi. Con un effetto paradossale: liberare il primo cittadino dall’assemblea eletta democraticamente.
L’ultimo caso arriva da Priolo. La maggioranza che sostiene il sindaco Pippo Gianni ha bocciato il Documento unico di programmazione (DUP), atto propedeutico al bilancio. Un voto che non è solo politico ma giuridicamente dirimente: la mancata approvazione degli strumenti finanziari fondamentali comporta, ai sensi dell’articolo 141, comma 1, lettera b), n. 2 del Testo unico degli enti locali (D.Lgs. 267/2000), recepito in Sicilia dalla legge regionale 48/1991 e dall’Ordinamento degli enti locali siciliani, lo scioglimento del Consiglio comunale e la nomina di un commissario da parte della Regione. In Sicilia la competenza è dell’Assessorato regionale alle Autonomie locali della Regione Siciliana.
Non è un incidente. È una strategia.
I precedenti: quando la maggioranza si autoscioglie
A Solarino, nel gennaio 2024, i consiglieri della maggioranza del sindaco Peppe Germano si sono dimessi in blocco, determinando la caduta del Consiglio. La giustizia amministrativa ha poi reintegrato l’assemblea, ma il segnale politico resta: la maggioranza che abbatte se stessa per ridefinire i rapporti di forza.
Già nel 2019, a Siracusa, il Consiglio comunale non approvò il conto consuntivo. Anche in quel caso scattò lo scioglimento dell’aula. Di fatto il sindaco poté governare senza il contrappeso dell’assemblea fino alla fine della legislatura, affiancato da un commissario ad acta per gli atti obbligatori. Un corto circuito politico-istituzionale che trasformò un fallimento contabile in un vantaggio politico.
Il copione sembra replicarsi: l’assemblea diventa un intralcio, non un luogo di mediazione. E quando la mediazione costa fatica, si preferisce saltare il tavolo.
Un’anomalia siciliana o un trend nazionale?
Il tema non è isolato. La scienza politica italiana parla da anni di “sindacocrazia”. Dopo la riforma del 1993 sull’elezione diretta dei sindaci, studiosi come Carlo Bobbio e Gianfranco Pasquino hanno evidenziato il rafforzamento strutturale dell’esecutivo locale a scapito del Consiglio. Il sindaco è legittimato direttamente dagli elettori, il Consiglio no: è eletto contestualmente, ma non gode della stessa personalizzazione del consenso.
Ricerche dell’Istituto Cattaneo e analisi pubblicate sulla Rivista Italiana di Scienza Politica mostrano come la figura del sindaco sia percepita dagli elettori come più responsabile, più visibile, più “decidente”. Il Consiglio, al contrario, è spesso considerato arena di conflitto sterile.
Non mancano casi analoghi in altre regioni italiane: dimissioni pilotate, mancata approvazione dei bilanci, crisi indotte per azzerare gli equilibri interni. Non è la regola, ma nemmeno un’eccezione isolata. La motivazione è quasi sempre la stessa: ricompattare la maggioranza, liberarsi di dissidenti, governare senza logoramento.
Erosione democratica o evoluzione del modello?
Qui si apre la questione più delicata. È una riduzione dei principi democratici o una variante del modello democratico contemporaneo?
La democrazia locale italiana nasce come sistema assembleare temperato. Con l’elezione diretta del sindaco si è passati a un modello “neo-parlamentare” con forte impronta maggioritaria. Il Consiglio controlla, ma il sindaco guida. Quando però l’assemblea viene svuotata o commissariata, il circuito della rappresentanza si accorcia pericolosamente.
Il politologo Mauro Calise ha parlato di “democrazia del leader”: una trasformazione in cui la legittimazione personale prevale sulle strutture collegiali. In questo schema, il sindaco forte non è un’anomalia, ma il prodotto coerente di un sistema che premia la decisione rapida rispetto alla deliberazione collettiva.
E tuttavia il Consiglio comunale resta l’unico organo di rappresentanza plurale della comunità. Scioglierlo per scelta politica, pur dentro le regole, significa comprimere la dialettica democratica. Non è un golpe, ma è una forzatura dello spirito della norma.
L’impatto sulla comunità e sulla partecipazione
C’è un altro dato da osservare: l’affluenza. Negli ultimi quindici anni la partecipazione al voto nelle amministrative è calata in modo costante, con punte di astensionismo elevate proprio nei centri medi e piccoli del Mezzogiorno. Studi sociologici, tra cui quelli dell’Osservatorio elettorale della LUISS, collegano la disaffezione alla percezione di irrilevanza degli organi rappresentativi.
Se il Consiglio appare marginale o sostituibile, il consigliere diventa figura secondaria. E l’elettore si convince che l’unico voto che conta sia quello per il sindaco. Il rischio è una verticalizzazione ulteriore del consenso: meno partecipazione, più delega.
D’altro canto, alcune ricerche mostrano che un sindaco percepito come forte e operativo può generare fiducia e stabilità. La personalizzazione può aumentare la responsabilità politica (“accountability”), perché il cittadino sa chi premiare o punire. Il punto è l’equilibrio: quando la forza dell’esecutivo diventa autosufficienza, la democrazia perde profondità.
Il riflesso nazionale: dal Comune a Palazzo Chigi
Il protagonismo dei sindaci non è scollegato dal clima politico nazionale. Negli ultimi anni il dibattito si è concentrato sul rafforzamento dell’esecutivo: premierato, presidenzialismo, autonomia differenziata. Nel 2019, in piena crisi del governo giallorosso, Matteo Salvini invocava “pieni poteri”, formula che evocava una legittimazione diretta oltre i contrappesi parlamentari.
Parallelamente, le leggi elettorali per il Parlamento hanno progressivamente ridotto la scelta degli elettori sui candidati, sostituendola con liste bloccate e nominati dai partiti. Il risultato è un Parlamento percepito come meno autonomo rispetto al Governo.
La tendenza è chiara: l’esecutivo forte è il paradigma del nostro tempo. Dal sindaco al presidente del Consiglio, la linea è la stessa. La domanda è se questa traiettoria rafforzi la governabilità o impoverisca la rappresentanza.
Una democrazia più snella o più fragile?
Ciò che accade a Priolo, Solarino e Siracusa non è solo cronaca amministrativa. È un laboratorio politico. Se la maggioranza può decidere di sciogliere il Consiglio per liberare il sindaco da vincoli interni, il messaggio è potente: l’assemblea è accessoria.
La legge lo consente. Ma la democrazia non è solo rispetto formale delle norme: è cultura dell’equilibrio, accettazione del conflitto, pazienza della mediazione.
Il rischio non è l’autoritarismo. È qualcosa di più sottile: una democrazia che si svuota dall’interno, convinta che la complessità sia un ostacolo e non una ricchezza.
Forse la vera domanda è questa: sindaci soli al comando o comunità che discutono, si scontrano e decidono insieme? La provincia di Siracusa oggi obbliga a scegliere.






Commenta con Facebook