Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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Vi siete chiesti come mai il Sindaco di Bologna, o di Genova, non si sente inficiato nella sua autonomia, nel rapporto con le loro regioni, rispetto ai Sindaci delle città siciliane?

Perché normativamente la Regione Siciliana incide su quasi tutto, decide sulle elezioni, può commissariare i comuni, negargli conformità ai piani regolatori, e soprattutto affamare le Autonomie locali riducendogli i finanziamenti.

La Regione Autonoma Siciliana è la prima che concede poca o nulla autonomia ai suoi Enti Locali. E questo sia normativamente che come governance. Mentre, teoricamente, ai sensi della Costituzione il presidente della regione siciliana può partecipare al Consiglio dei ministri, quando questo prende provvedimenti che la riguardano, i sindaci dei comuni siciliani non partecipano alla giunta regionale su materie che li toccano. Il Consiglio regionale  delle Autonomie Locali, previsto dalle norme, non viene quasi mai audito o convocato, se non per rarissime passerelle.

La Regione Siciliana esercita il suo ruolo ed il suo potere come coloro che sono stati abusati, e che per frustrazione abusano, come i pedofili, a loro volta dei minori, in questo caso i Comuni. La regola non è la proficua collaborazione,  ma ubi maior minor cessat. Ci troviamo da anni, da più di trenta, davanti ad un centralismo regionale, non dissimile, forse superiore,  a quello esercitato dallo Stat sugli Enti a lui sottoposti. La Regione che fa la debole con il forte, lo Stato, e si fa forte con i deboli, impoveriti, dissestati, Comuni.

Si è tornati ad un’architettura medievale dei rapporti di forza, con i territori vassalli del Vicereame, con i principi e baroni, gli onorevoli regionali, che abbandonano i feudi ai campieri, e soggiornano nella corte dei Normanni a Palermo.

Tutto questo è capitato da quando si è interrotta la catena della rappresentanza elettorale e politica. I Sindaci sono eletti direttamente e così il presidente di regione, a parte vengono nominati i parlamentari nazionali con sistemi elettorali differenti, la cinghia di trasmissione che tiene insieme la politica si spezza e i rapporti tra gli operatori della politica diventano volubili e volatili. Non ci sono quasi più sindaci legati a politici regionali, a sua volta non  connessi a eletti in Parlamento nazionale. È tutto un divide et impera che crea sconnessione tra potere e territori, figuriamoci la partecipazione dei cittadini o delle comunità intermedie. Una volta erano i partiti che decidevano i sindaci, i presidenti di Regione, i presidenti del consiglio. Tutto, nel bene o nel male, era omogeneo. Un’unica legge elettorale per tutti, con preferenze per tutti. Oggi in pochi, pochissimi, decidono tutto, e spesso fuori dall’isola, la quale è considerata non affidabile, altro che autonoma.

In tutto questo i cittadini vivono nelle città siciliane, sottomesse tramite il definanziamento, con spesa corrente ridicola per fornire servizi ai cittadini, e costretti con il cappello in mano ad andare, senza autonomia e diritti, a bussare al governo regionale per investimenti o più spesso emergenze. Perché i Comuni siculi sono come quelle famiglie che non arrivano finanziariamente alla terza settimana del mese,  e basta un incidente per mandarli in crisi nera.

Se una comunità vuole esercitare la sua autonomia deve avere culturalmente la capacità di concederla a valle, nei limiti delle norme, e lo stesso vale per il decentramento comunale. Ma ormai nessuno si fida più di nessuno, e l’esercizio del potere è tenuto tramite la vessazione finanziaria come ai tempi dello Sceriffo di Nottingham. Nella Sherwood siciliana ci sarà un nuovo Robin Hood che rubi ai ricchi per donare ai poveri? Nel frattempo i poveri in Sicilia, come nella medievale Nottingham, crescono a dismisura con il 38% delle famiglie siciliane sulla soglia di povertà.

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