Poco dopo le 3 del mattino di oggi, venerdì 27 febbraio, la televisione di Stato pakistana ha interrotto le trasmissioni con una “Breaking News” in rosso. Dopo mesi di tensioni crescenti tra Islamabad e Kabul, l’annuncio ufficiale ha segnato un punto di non ritorno: le forze armate pakistane hanno avviato l’“Operation Ghazab lil-Haq”, tradotta come “Furia Giusta”.
Secondo PTV News, l’offensiva militare del Pakistan – potenza nucleare – contro il vicino occidentale Afghanistan è iniziata con raid aerei che hanno distrutto “installazioni militari chiave del regime talebano afghano”.
Pochi minuti dopo, il ministro della Difesa pakistano Khawaja Muhammad Asif ha spiegato sui social le ragioni dell’intervento, con parole dirette e senza ambiguità: “I talebani hanno trasformato l’Afghanistan in una colonia dell’India. Hanno raccolto tutti i terroristi del mondo in Afghanistan e hanno iniziato a esportare terrorismo” ha scritto Asif su X. “La nostra pazienza è finita. Ora è guerra aperta tra noi e voi”, ha aggiunto, concludendo: “L’esercito del Pakistan non è arrivato da oltre i mari. Siamo i vostri vicini; conosciamo ogni vostro segreto. Allahu Akbar”.
In poche righe, Asif ha richiamato alcune delle principali preoccupazioni geostrategiche di Islamabad: il timore di un rafforzamento dei legami tra India e Talebani – un tempo considerati un alleato pakistano – e il riferimento all’esercito “venuto da oltre i mari”, chiaro richiamo alla presenza militare statunitense in Afghanistan.
Accuse incrociate e tensioni lungo i 2.600 chilometri di frontiera
La “guerra aperta” rappresenta il culmine di una lunga escalation seguita a un aumento della violenza in entrambi i Paesi.
Islamabad accusa il regime talebano di ospitare gruppi terroristici responsabili di attentati sul territorio pakistano. Kabul respinge le accuse e sostiene che la sicurezza del Pakistan sia un problema interno.
La regione dell’Asia meridionale è storicamente segnata da accuse reciproche tra Stati confinanti in merito ad attacchi militanti. In questo caso, si sperava che il confronto potesse essere risolto attraverso il dialogo. Le speranze si sono infrante con gli scontri lungo il confine lungo 2.600 chilometri, segnale che le cause del conflitto sono profonde e strutturali.
Al centro della disputa c’è la Linea Durand, il confine tracciato in epoca coloniale britannica e mai formalmente riconosciuto da Kabul. La linea divide il territorio pashtun su entrambi i lati e rappresenta da decenni un nodo sensibile nei rapporti bilaterali. È anche un elemento chiave della strategia pakistana di influenza sulla politica interna afghana.
Colloqui falliti e cessate il fuoco infranti
L’innesco immediato della crisi affonda le radici nell’ondata di attacchi terroristici dello scorso anno in Pakistan e Afghanistan, seguiti da scontri transfrontalieri.
Dopo il ritorno dei Talebani al potere nel 2021, le relazioni tra i due Paesi si sono progressivamente deteriorate. Le tensioni, che lo scorso anno hanno causato oltre 70 morti complessivi, hanno spinto Qatar e Turchia a offrire mediazione.
A ottobre si sono tenuti colloqui a Doha, culminati in un cessate il fuoco di 48 ore il 19 ottobre. Ma poche ore dopo la scadenza, il Pakistan ha effettuato attacchi nella provincia afghana di Paktika.
Un secondo round di negoziati a Doha è fallito il 29 ottobre per l’impossibilità di trovare un terreno comune. Un terzo tentativo si è svolto a Istanbul il 6 novembre, con la partecipazione di delegazioni pakistane, rappresentanti talebani e mediatori turchi e qatarioti. Anche in questo caso, nessun accordo formale è stato raggiunto.
Tra i temi in agenda: attuazione del cessate il fuoco di Doha, creazione di una commissione congiunta sulla Linea Durnd e riapertura dei valichi commerciali chiusi. L’atmosfera, secondo fonti diplomatiche, era tesa. Lo stesso Asif aveva avvertito prima dell’incontro: “Se la diplomazia fallisce, ci sarà la guerra”.
Il ruolo dell’India e la strategia “il nemico del mio nemico”
Parallelamente, il Pakistan ha intensificato le accuse contro l’India, rivale storico anch’essa potenza nucleare. In un’intervista recente a France 24, Asif ha sostenuto che l’ondata di attentati in Pakistan sarebbe il risultato di una “guerra per procura” condotta dall’India in collaborazione con il governo talebano di Kabul.
Il ritorno dei Talebani nel 2021 era stato inizialmente accolto con favore da Islamabad. L’allora premier Imran Khan dichiarò che gli afghani avevano “spezzato le catene della schiavitù”. Ma il rapporto si è rapidamente incrinato.
Il Pakistan distingue tra Talebani afghani e Talebani pakistani (Tehreek-e-Taliban Pakistan, TTP), questi ultimi considerati organizzazione terroristica responsabile di attacchi nelle aree tribali a maggioranza pashtun.
Islamabad accusa Kabul di proteggere combattenti del TTP e di ospitare anche separatisti balochi attivi nella provincia sud-occidentale del Balochistan. Il Pakistan sostiene inoltre che l’India sostenga l’Esercito di Liberazione del Balochistan, accuse che Nuova Delhi nega.
Le recenti aperture diplomatiche tra India e Afghanistan – tra cui la visita del ministro degli Esteri afghano Amir Khan Muttaqi a Nuova Delhi a novembre – hanno ulteriormente alimentato le tensioni.
Secondo diversi analisti, l’India avrebbe adottato una strategia basata sul principio “il nemico del mio nemico è mio amico”, tentando di rafforzare il proprio ruolo come partner di sviluppo dell’Afghanistan, mentre il Pakistan si sente progressivamente marginalizzato in quella che considera la propria sfera d’influenza strategica.
Un conflitto asimmetrico ma ad alto rischio
Sulla carta, le capacità militari dei due contendenti sono fortemente sbilanciate.
Il Pakistan dispone di oltre 600.000 militari attivi, più di 6.000 veicoli corazzati e oltre 400 aerei da combattimento, oltre al proprio arsenale nucleare, secondo i dati dell’International Institute for Strategic Studies.
I Talebani afghani, al contrario, contano circa 172.000 combattenti – meno di un terzo del personale pakistano – e, dopo il ritiro statunitense, avrebbero a disposizione almeno sei aerei e 23 elicotteri, con condizioni operative incerte e senza una forza aerea efficace.
Fonte: France 24.






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