Il nuovo ospedale di Siracusa, atteso da oltre un decennio, è ancora un progetto sospeso tra carte, decreti e promesse. E secondo Vincenzo Vinciullo, ex presidente della Commissione Bilancio dell’Ars ed esponente del Mpa–Grande Sicilia, il rischio che l’opera non veda mai la luce è oggi più concreto che mai.
L’affondo è politico, ma affonda le radici in due questioni tecniche decisive: la copertura finanziaria regionale necessaria per sbloccare i fondi statali e la classificazione del futuro ospedale come DEA di secondo livello.
Due nodi che, se non sciolti, potrebbero trasformare quello che dovrebbe essere il più grande investimento sanitario nella storia recente della provincia in un’ennesima incompiuta.
Il primo nodo: i 20 milioni che mancano all’appello
Il Nuovo Ospedale di Siracusa dovrebbe essere finanziato con 400 milioni di euro provenienti dallo Stato, attraverso il Ministero della Salute e il Ministero dell’Economia e delle Finanze, nell’ambito dell’articolo 20 della legge 67/1988, lo storico strumento di finanziamento dell’edilizia sanitaria.
Ma per ottenere quei fondi, la Regione Siciliana deve garantire una quota di compartecipazione: circa il 5% dell’investimento. In cifre, 20 milioni di euro.
È su questo punto che Vinciullo alza il livello dello scontro. Secondo l’ex deputato regionale, quei 20 milioni non sarebbero ancora stati formalmente e definitivamente certificati con un provvedimento ufficiale firmato dal Ragioniere generale della Regione.
«Dieci milioni vecchi più dieci milioni nuovi fanno venti milioni – sottolinea – a fronte di un finanziamento statale di 400 milioni. La Regione ha comunicato formalmente ai Ministeri la disponibilità di queste risorse?».
Il sospetto è che si stia giocando una partita contabile delicata, magari attingendo alle stesse linee di finanziamento statali anziché garantire risorse realmente regionali. Se la copertura non fosse certa e certificata, il rischio sarebbe lo stop definitivo al finanziamento.
Nel frattempo i costi sono lievitati: dai 140 milioni stimati oltre dieci anni fa, ai 200 milioni del 2022, fino agli attuali 420 milioni. E con il nuovo prezzario regionale in arrivo e i Criteri Ambientali Minimi pronti a entrare in vigore, il quadro potrebbe aggravarsi ulteriormente.
Il secondo nodo: il DEA di secondo livello e il Decreto Balduzzi
L’altro punto centrale riguarda la classificazione del futuro ospedale.
Secondo quanto fatto trapelare dal governo regionale guidato dal presidente Renato Schifani e dall’assessore alla Salute Giovanna Faraoni, nella nuova rete ospedaliera il presidio siracusano sarebbe qualificato come DEA di secondo livello.
Ma per Vinciullo la questione non è affatto chiusa.
Per capire il nodo bisogna tornare al cosiddetto “Decreto Balduzzi”, il decreto-legge 158/2012, convertito nella legge 189/2012. Quel provvedimento ha ridisegnato l’assetto della rete ospedaliera italiana, fissando criteri stringenti per la classificazione delle strutture sanitarie. E nel distretto comprendente Siracusa Catania e Ragusa ce ne sono già tre, quota massima, e tutti dislocati nel territorio Catanese.
I DEA di secondo livello sono ospedali dotati di alta specializzazione: cardiochirurgia, neurochirurgia, terapia intensiva neonatale, gestione dei grandi traumi, rianimazioni complesse. Devono servire bacini di popolazione ampi e rispettare parametri demografici e organizzativi precisi.
La definizione dei livelli non è lasciata alla discrezionalità delle Regioni. La programmazione regionale deve essere coerente con gli standard nazionali stabiliti dal Ministero della Salute e validati a livello centrale.
È questo il punto sollevato da Vinciullo: una eventuale deroga ai parametri del Decreto Balduzzi non può essere decisa unilateralmente dalla Regione. Serve un atto formale del Governo nazionale.
«Tutti i presunti provvedimenti presi fino ad ora sono privi di efficacia e valore giuridico», sostiene l’ex parlamentare. Senza un riconoscimento ufficiale da Roma, la qualifica di DEA di secondo livello resterebbe sulla carta.
E il dato politico è pesante: Siracusa è una delle poche città capoluogo italiane a non avere un ospedale di secondo livello.
Il paradosso politico
La vicenda assume contorni ancora più delicati perché Vinciullo appartiene al Mpa, forza che sostiene la maggioranza regionale. L’attacco, quindi, non arriva dall’opposizione ma dall’interno dell’area di governo.
Il bersaglio non è la struttura commissariale — che l’ex deputato elogia per competenza e celerità — bensì gli uffici regionali accusati di lentezza e incertezza.
La sensazione è quella di un’opera che procede a scatti: da un lato un apparato tecnico che produce atti e progetti, dall’altro una macchina amministrativa che fatica a garantire coperture certe e cornici normative solide.
Il rischio, denuncia Vinciullo con un proverbio amaro, è che molti “si siano aperti la bocca per ossigenare i denti”. E che, alla fine, Siracusa resti ancora senza il suo ospedale di riferimento.
La posta in gioco: sanità e dignità territoriale
Dietro i tecnicismi contabili e normativi c’è una questione concreta: i siracusani continuano a rivolgersi agli ospedali di Catania per prestazioni di alta specializzazione.
«Vogliamo continuare a donare sangue, cioè risorse finanziarie, agli ospedali catanesi? I siracusani sono figli di un Dio minore?», attacca Vinciullo.
La domanda non è solo retorica. Senza DEA di secondo livello, il sistema sanitario provinciale resta strutturalmente dipendente da altre realtà. E ogni ritardo nella costruzione del nuovo presidio si traduce in migrazione sanitaria e costi indiretti per famiglie e imprese.
Il progetto del nuovo ospedale non è più solo un’infrastruttura: è diventato un simbolo politico. E oggi si trova davanti a un bivio netto.






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