«Per quanto riguarda il futuro di questa società io purtroppo non lo conosco, qualcuno altro deve spiegare dove andremo a finire».
La frase di Antonello Laneri, storico direttore sportivo del Siracusa calcio arriva come una frustata nel dopo partita del 4-0 rifilato dagli azzurri alla Casertana. Non è una semplice dichiarazione prudente. È una presa di distanza. È il segnale pubblico di una frattura con il presidente del club Alessandro Ricci.
E mentre al “Nicola De Simone” il Siracusa travolge una delle squadre più in forma del girone C di Serie C, fuori dal campo si consuma una crisi che rischia di travolgere tutto.
Penalizzazioni, stipendi e un club in apnea
Il Siracusa è ultimo in classifica, zavorrato da una penalizzazione di sei punti per il mancato pagamento di stipendi e contributi. E all’orizzonte incombe un’ulteriore sanzione per un’altra tranche di versamenti non effettuati.
La partita contro la Casertana ha rischiato perfino di essere disputata a porte chiuse per mancanza della liquidità necessaria a coprire le spese correnti. Una fotografia che racconta più di qualsiasi classifica.
Dallo spogliatoio filtrano racconti di trasferte affrontate con pullman di fortuna, mezzi afflitti da problemi meccanici, viaggi organizzati tra mille incertezze. Una quotidianità da sopravvivenza più che da professionismo.
Eppure la squadra, in campo, ha risposto con orgoglio. Quattro gol, ritmo, intensità. Una vittoria netta che ha riacceso per novanta minuti l’orgoglio di una piazza ferita.
Squadra e tifosi, un patto non scritto
Laneri lo ha ribadito con fermezza: «Posso solo garantire l’impegno dei calciatori che onoreranno fino alla fine la maglia». È l’unica certezza che il direttore sportivo sente di poter offrire.
Il progetto tecnico, però, «è compromesso». La squadra è stata smontata e ricostruita due volte in stagione per esigenze economiche. Nonostante questo, i giocatori hanno continuato a mostrare professionalità e attaccamento ai colori.
In città la tifoseria ha quasi “adottato” la squadra. Cori, applausi, sostegno costante. Un abbraccio collettivo che va oltre la classifica. È un legame che passa anche dalla figura dell’allenatore Marco Turati, ex calciatore azzurro, simbolo di un’identità che resiste.
Tra squadra, tecnico e pubblico si è creato un fronte compatto. Una comunità emotiva che prova a difendere ciò che resta del progetto sportivo.
Il presidente nel mirino
Sul versante opposto c’è il presidente Alessandro Ricci. Negli anni della Serie D aveva promesso vittorie e gloria. Oggi è il bersaglio della contestazione.
Striscioni, cori, proteste. E una sensazione diffusa: la proprietà è distante, fisicamente e politicamente. In città non si vedono tracce della sua presenza. Ricci, toscano, appare sempre più isolato.
Nei giorni scorsi si era diffusa la voce che Laneri e Turati volessero intervenire pubblicamente prima della gara per spiegare la situazione. L’intervento non c’è stato. Si è parlato di un veto presidenziale.
Ma le parole pronunciate nel dopo partita raccontano molto più di una conferenza stampa mancata. «In merito al progetto economico e finanziario non posso dire niente perché non lo so». È una frase che pesa. Significa che chi gestisce l’area tecnica non è nelle condizioni di conoscere il destino societario.
È qui che si misura la distanza. Non solo tra presidente e tifosi, ma tra proprietà e struttura sportiva.
Una salvezza che somiglia a un miraggio
La classifica è impietosa. Con le penalizzazioni e le incertezze economiche, la salvezza appare quasi un miraggio. Laneri non lo nasconde. Ma allo stesso tempo promette battaglia fino all’ultima giornata.
La domanda che resta sospesa è un’altra: cosa accadrà da qui alla fine del torneo? Le scadenze federali incombono, i pagamenti vanno onorati, le penalizzazioni rischiano di aumentare.
Il Siracusa visto contro la Casertana è vivo. Orgoglioso. Combattivo mentre la proprietà sembra in apnea
E in mezzo c’è una città che tifa, sostiene, si indigna. Che si aggrappa ai calciatori e al tecnico come ultimo baluardo identitario.
Il campo dice 4-0. I conti, però, raccontano un’altra partita. E quella, per ora, non è affatto vinta.






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