L’8 marzo 1979, a poche settimane dalla rivoluzione iraniana, decine di migliaia di donne scesero in piazza a Teheran per protestare contro l’introduzione dell’obbligo di indossare il velo islamico annunciato il giorno prima dal nuovo potere religioso guidato da Ruhollah Khomeini. Quella mobilitazione, iniziata nella Giornata internazionale della donna, durò sei giorni – dall’8 al 14 marzo – e coinvolse migliaia di partecipanti anche nella città religiosa di Qom.
Per molte iraniane non fu una celebrazione ma una protesta. Studentesse, impiegate, insegnanti, madri. Donne diverse tra loro, ma unite da una richiesta semplice: poter scegliere se indossare o meno l’hijab.
Le immagini dell’epoca mostrano cortei senza velo, cartelli e slogan contro il ritorno a norme che le manifestanti consideravano un passo indietro rispetto ai diritti acquisiti negli anni precedenti. Secondo diverse ricostruzioni storiche, a Teheran parteciparono oltre 100.000 persone.
Per qualche settimana le proteste ottennero un risultato concreto. Le autorità religiose ridimensionarono la portata dell’annuncio iniziale e l’obbligo non venne applicato immediatamente. Ma fu solo una pausa temporanea.
Dalla protesta alla legge: come il velo divenne obbligatorio
La dinamica politica della nuova Repubblica islamica cambiò rapidamente. Nel giro di pochi anni la leadership religiosa consolidò il controllo sulle istituzioni e sulle norme sociali.
Nel 1983 il parlamento iraniano approvò una legge che puniva le donne che non rispettavano il codice di abbigliamento islamico, rendendo il velo obbligatorio negli spazi pubblici.
Da quel momento l’hijab divenne uno dei simboli più visibili del sistema politico nato dalla rivoluzione del 1979. La normativa venne applicata attraverso controlli sociali e strumenti di polizia, tra cui le pattuglie della cosiddetta “polizia morale”, incaricate di verificare il rispetto delle regole sull’abbigliamento femminile.
Per molte attiviste iraniane le proteste dell’8 marzo 1979 restano un momento simbolico. Non tanto per il risultato immediato – limitato nel tempo – ma perché segnò la prima grande mobilitazione pubblica contro le restrizioni sui diritti delle donne nella nuova Repubblica islamica.
2026: guerra e tensione nel Golfo Persico
Questo 8 marzo arriva in un contesto geopolitico completamente diverso ma ugualmente drammatico.
Da fine febbraio 2026, un conflitto regionale sta coinvolgendo Iran, Stati Uniti e Israele dopo una serie di attacchi militari contro infrastrutture e leadership iraniane. Il conflitto è rapidamente uscito dai confini del Paese e ha raggiunto diversi stati del Golfo Persico.
Donne iraniane tra memoria storica e presente
In questo contesto di guerra, il ricordo dell’8 marzo 1979 assume un significato particolare.
Le proteste di quarantasette anni fa raccontano una società iraniana che già allora era attraversata da tensioni profonde tra religione, politica e diritti civili. Le donne che scesero in piazza non erano un movimento uniforme: tra loro c’erano laiche, musulmane praticanti, attiviste di sinistra e professioniste della classe media urbana.
Quella pluralità è rimasta una costante nella storia recente dell’Iran.
Negli ultimi anni diverse mobilitazioni femminili hanno riacceso il dibattito sui diritti e sulle libertà individuali. Movimenti e campagne online hanno ripreso lo stesso principio rivendicato nel 1979: la possibilità di scegliere autonomamente il proprio modo di vivere e di vestirsi. E ora la speranza che la libertà possa essere finalmente dietro l’angolo, a patto che questa guerra porti davvero a una transizione democratica.






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