Il dodicesimo giorno del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran si apre con una nave cargo in fiamme nello Stretto di Hormuz e milioni di israeliani svegliati dalle sirene antiaeree prima dell’alba. Mentre i bombardamenti si ripetono su Libano, Golfo e Iran, a Teheran il capo della polizia Ahmadreza Radan pronuncia una frase che non lascia margini di interpretazione: «Chiunque scenda in strada su richiesta del nemico sarà affrontato come un nemico, non come un manifestante. Tutte le nostre forze di sicurezza hanno le dita sul grilletto».
La guerra è iniziata il 28 febbraio con i primi raid americani e israeliani. Da quel giorno, secondo l’ambasciatore iraniano all’ONU Amir Saeid Iravani, oltre 1.300 civili iraniani sono stati uccisi, quasi 8.000 abitazioni distrutte e 1.600 tra attività commerciali e strutture di servizio rase al suolo. Dal lato israeliano, gli attacchi iraniani hanno causato almeno 11 morti. Gli Stati Uniti contano 7 soldati caduti e circa 140 feriti, la maggior parte dei quali con lesioni lievi, secondo quanto confermato dal portavoce del Pentagono Sean Parnell.
Hormuz, il vero campo di battaglia
Prima ancora che sui cieli di Teheran o di Beirut, il punto di maggiore pressione in questa guerra è un tratto di mare largo 33 chilometri tra la costa iraniana e la penisola arabica. Lo Stretto di Hormuz è il passaggio attraverso cui transita circa un quinto delle forniture mondiali di energia fossile. Il 27 febbraio — l’ultimo giorno prima dei raid — oltre 100 navi al giorno lo attraversavano. Il 10 marzo ne sono passate solo due.
Si stima che circa mille imbarcazioni siano bloccate nella zona dello Stretto e altre 3.000 nel Golfo Persico, in attesa di capire se e quando il corridoio tornerà navigabile. Secondo i dati di Lloyd’s List Intelligence, nessuna nave sopra le 10.000 tonnellate ha transitato dal 3 marzo. La United Kingdom Maritime Trade Operations (UKMTO), l’agenzia britannica per la sicurezza marittima, ha segnalato l’11 marzo due incidenti distinti: una nave cargo colpita da un proiettile non identificato con incendio a bordo e successiva evacuazione dell’equipaggio, e una nave container che ha riportato danni da un secondo impatto nei pressi della costa degli Emirati Arabi Uniti.
I Guardiani della Rivoluzione — le Guardie della Repubblica Islamica, meglio note come Pasdaran — hanno dichiarato senza ambiguità che nessuna petroliera uscirà dal Golfo finché dureranno gli attacchi americani e israeliani. Il Comando centrale statunitense (CENTCOM) ha risposto distruggendo 16 imbarcazioni iraniane impegnate in operazioni di posa di mine nelle acque vicine allo Stretto. Trump, su Truth, ha intimato all’Iran di rimuovere qualsiasi ordigno eventualmente posizionato, minacciando «conseguenze militari mai viste prima».
Attacchi incrociati: Teheran, Beirut, il Golfo
Nella notte tra il 10 e l’11 marzo l’Iran ha lanciato una nuova ondata di missili verso Israele. Le sirene antiaeree hanno svegliato milioni di persone, spingendole verso rifugi e stanze sicure; il suono delle esplosioni dei sistemi di difesa aerea in azione ha scandito le ore prima dell’alba su tutto il territorio israeliano. Non è emerso nell’immediato se uno qualsiasi dei missili abbia raggiunto il suolo.
Il portavoce delle forze armate iraniane Abolfazl Shekarchi ha chiesto ai Paesi della regione e ai musulmani del mondo di segnalare «i nascondigli americano-sionisti» per rendere più precisi i colpi iraniani, riducendo al tempo stesso le vittime civili — che ha descritto come «usate come scudi umani» dall’avversario. Ha anche annunciato che l’Iran risponderà agli attacchi statunitensi e israeliani condotti in zone residenziali.
Parallelamente, l’aeronautica israeliana ha colpito nuovamente la periferia sud di Beirut per colpire le infrastrutture di Hezbollah, il gruppo armato filo-iraniano che spara verso Israele dal confine libanese. Le Nazioni Unite hanno stimato che in sole 24 ore, tra il 9 e il 10 marzo, oltre 100.000 persone sono state sfollate in Libano, portando il totale delle persone registrate come sfollate dalla piattaforma governativa libanese a oltre 667.000.
I Pasdaran hanno inoltre dichiarato di aver lanciato missili contro la base militare americana di Arifjan, in Kuwait — anche se il governo kuwaitiano non ha confermato ufficialmente l’attacco. Esplosioni sono state segnalate anche a Doha e nelle province di Yazd e di Isfahan, dove un attacco vicino all’edificio del governo provinciale ha danneggiato il consolato generale russo.
La nuova Guida Suprema e la repressione interna
Mojtaba Khamenei, figlio del defunto Ali Khamenei ucciso il 28 febbraio nel primo giorno di guerra, è stato scelto come nuova Guida Suprema dell’Iran. La sua nomina è stata criticata da Trump, che ha giudicato «un errore» puntare su un personaggio così vicino al padre. In Iran circolano voci su un suo ferimento avvenuto durante i raid che hanno ucciso il genitore; il figlio del presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto su Telegram di aver verificato che Khamenei «sta bene», senza fornire ulteriori dettagli. La televisione di Stato si è limitata a definirlo «veterano ferito della guerra del Ramadan», l’espressione con cui il regime chiama il conflitto in corso, senza precisare nulla sulla natura dell’eventuale ferita.
L’11 marzo a Teheran si è tenuta la sepoltura dei vertici militari iraniani caduti nelle prime ore di guerra: tra di loro il capo di Stato maggiore Abdolrahim Mousavi, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour, l’ammiraglio Ali Shamkhani e il ministro della Difesa Aziz Nasirzadeh.
Molti iraniani non condividono il lutto ufficiale. Alcune persone hanno apertamente celebrato la morte del vecchio Khamenei, ricordando che solo poche settimane prima le forze di sicurezza avevano ucciso migliaia di manifestanti. Ma durante la guerra non si sono verificate proteste significative e il messaggio delle autorità è ora esplicito: Radan ha avvertito che chi scenderà in piazza verrà trattato alla stregua di un nemico armato. Il ministero dell’Intelligence ha comunicato di aver arrestato decine di persone, incluso un cittadino straniero, accusate di spionaggio per conto di «nemici dell’Iran».
Mercati, riserve e la risposta europea
L’impatto economico è già misurabile. Dopo un’impennata dei prezzi del greggio nella prima fase del conflitto, i mercati hanno recuperato parzialmente quando Trump ha lasciato intendere di voler chiudere il conflitto in tempi rapidi. Il Wall Street Journal ha riferito — sulla base di fonti interne non ufficialmente confermate da Reuters — che l’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE) starebbe pianificando il rilascio di riserve petrolifere di emergenza alla scala più grande della sua storia, per stabilizzare le quotazioni.
Sul fronte europeo, Italia, Germania e Regno Unito hanno concordato di lavorare insieme per proteggere le navi commerciali nello Stretto. Il premier britannico Keir Starmer, dopo le telefonate con Giorgia Meloni e Friedrich Merz, ha confermato l’intesa sottolineando «l’importanza vitale della libertà di navigazione». Il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha descritto la situazione come «un ricatto»: i Pasdaran hanno comunicato che i Paesi che espelleranno gli ambasciatori americani e israeliani potranno far transitare le proprie navi. Tajani ha definito questa come una richiesta inaccettabile.
Infine, il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha espresso preoccupazione per l’assenza di un piano condiviso su come «risolvere questa guerra in modo rapido e convincente», rivolgendosi sia agli alleati che all’Iran, a cui ha chiesto di «porre immediatamente fine agli attacchi indiscriminati contro gli Stati della regione».
Fonte primaria: Reuters.






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