Maurizio Zoppi
Scrivo, parlo, respiro... ma non sempre in quest’ordine
Il 16 marzo è il giorno in cui è stato ucciso Emanuele Piazza. Non è un nome che riempie i telegiornali e non è uno di quelli che lo Stato cita ogni settimana. Però era uno che dava fastidio. Piazza era un ex poliziotto e lavorava con il SISDE. Non faceva conferenze e non andava in televisione. Cercava latitanti di Cosa Nostra. Significa entrare dentro il sistema mafioso, raccogliere informazioni, avvicinarsi troppo a gente che vive di segreti e violenza. Il 15 marzo 1990 sparisce a Palermo. Non un errore, non un incidente. Lo prendono. I pentiti raccontano che viene interrogato e poi strangolato. Dopo lo sciolgono nell’acido. Così non resta niente.
Niente corpo, niente prove, niente funerale. La mafia fa quello che ha sempre fatto: elimina chi diventa un problema. La domanda è un’altra. Come hanno fatto a individuarlo con tanta precisione? Piazza non era un personaggio pubblico. Lavorava in attività riservate, in un ambiente dove le informazioni dovrebbero restare chiuse. Quando una persona che opera sotto copertura viene trovata così facilmente significa che qualcosa si è rotto da qualche parte. Le fughe di notizie non nascono da sole. Siamo alla fine degli anni Ottanta. Palermo è una polveriera. Pochi mesi prima c’è stato il tentato attentato all’Addaura contro Giovanni Falcone.
Falcone parlerà di “menti raffinatissime”. Non solo mafia. Qualcosa di più complicato. La storia di Emanuele Piazza resta lì. Un uomo che lavorava contro i latitanti, una sparizione, un omicidio confermato dai pentiti e un corpo che non verrà mai trovato. Oggi il suo nome sta nelle liste delle vittime della mafia. Ma la verità completa su quello che sapeva e su come sia stato esposto non è mai stata davvero chiarita. La mafia lo ha eliminato. Questo è certo. Il resto non si capisce.
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