Maurizio Zoppi
Scrivo, parlo, respiro... ma non sempre in quest’ordine
Ogni volta che si parla di carcere in Italia, il dibattito pubblico torna sempre sulle stesse parole: sicurezza, pena, legalità, rieducazione. Eppure basta guardare i numeri per capire che la domanda più onesta è un’altra: siamo davvero sicuri che il carcere italiano riabiliti? Proprio mentre il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito i suicidi dei detenuti “una sconfitta dello Stato” e ha riconosciuto le difficili condizioni in cui operano gli istituti penitenziari, i dati raccontano una realtà molto più dura di quella evocata dalla retorica sulla funzione rieducativa della pena.
Nel 2025, secondo il Garante nazionale dei detenuti sulla base dei dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, nelle carceri italiane si sono registrati 254 decessi, di cui 76 suicidi. Alcuni monitoraggi indipendenti, come quelli dell’osservatorio di Ristretti Orizzonti e dell’associazione Antigone, hanno contato numeri leggermente più alti, arrivando a 79-80 suicidi entro la fine dell’anno. Il 2026 non sembra segnare un’inversione di tendenza: a metà marzo i suicidi nelle carceri italiane sono già 13. Dietro questi numeri non ci sono soltanto statistiche, ma storie di isolamento, fragilità psichica, assenza di prospettive. Il suicidio, dentro il carcere, non è quasi mai un evento improvviso: è spesso l’ultimo punto di un percorso fatto di solitudine, sovraffollamento e carenza di assistenza.
Ma i suicidi sono soltanto la punta più visibile di un malessere più profondo. Alla fine del 2025 le persone detenute negli istituti penitenziari italiani erano 63.868, a fronte di una capienza effettiva di circa 46.000 posti. Significa che il sistema opera stabilmente con un sovraffollamento vicino al 140%. In molte strutture non sono garantiti neppure i tre metri quadrati di spazio minimo per detenuto stabiliti dalla giurisprudenza europea. In oltre metà degli istituti le celle non dispongono di docce interne e in molti casi persistono problemi legati all’acqua calda, all’igiene e alla manutenzione degli spazi. In queste condizioni il carcere non è soltanto un luogo di privazione della libertà: diventa un ambiente che comprime la dignità quotidiana delle persone che vi vivono.
Ed è qui che la distanza tra il principio costituzionale e la realtà diventa evidente. L’articolo 27 della Costituzione stabilisce che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Ma la rieducazione presuppone condizioni materiali e sociali che rendano possibile un percorso di cambiamento: studio, lavoro, attività formative, assistenza psicologica, relazioni con l’esterno. Se le carceri sono sovraffollate, se mancano spazi per la socialità e per il lavoro, se gli operatori sono insufficienti e le attività trattamentali diventano marginali, la funzione rieducativa rischia di trasformarsi in un principio puramente formale.
C’è poi un altro elemento che raramente entra nel dibattito pubblico: il carcere è un mondo difficile da osservare dall’esterno. È un microcosmo chiuso, regolato da equilibri interni complessi e spesso invisibili alla società. Anche per questo una parte di ciò che accade dentro rimane opaca. Nel 2025 il Garante nazionale ha registrato 50 decessi classificati come “cause da accertare”, contro i 15 dell’anno precedente. È un dato che non riguarda soltanto la statistica, ma il grado di trasparenza di un sistema che per sua natura tende a restare lontano dagli occhi dell’opinione pubblica.
Se si allarga lo sguardo oltre i suicidi, il quadro diventa ancora più inquietante. Nel 2025 il Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria ha registrato 1.981 tentativi di suicidio e oltre 11.700 atti di autolesionismo tra le persone detenute. Numeri che raccontano un disagio psichico diffuso e strutturale. In altre parole, il problema non riguarda soltanto chi decide di togliersi la vita, ma un sistema in cui migliaia di persone manifestano ogni anno forme estreme di sofferenza.
La domanda allora diventa inevitabile. Se il carcere è sovraffollato, se le condizioni materiali sono spesso degradate, se il disagio mentale è così diffuso e se una parte di ciò che accade rimane poco visibile, può davvero funzionare come strumento di reinserimento sociale? La risposta non riguarda soltanto i detenuti. Riguarda la qualità della democrazia e il modo in cui uno Stato interpreta la propria idea di giustizia.
Il punto, forse, non è negare la necessità della pena. Il punto è chiedersi se il sistema penitenziario italiano stia davvero rispettando la promessa contenuta nella Costituzione. Perché una pena che non rieduca, che non prepara al ritorno nella società e che lascia crescere disperazione e isolamento rischia di produrre l’effetto opposto: non ridurre il conflitto sociale, ma alimentarlo. E dietro quelle mura, spesso lontano dallo sguardo pubblico, continua a esistere un mondo che racconta quanto la distanza tra il principio e la realtà sia ancora profonda.
Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.


Commenta con Facebook