L’amministrazione di Donald Trump sta valutando l’invio di migliaia di soldati in Medio Oriente mentre la guerra con l’Iran entra nella terza settimana, con oltre 7.800 attacchi militari già condotti dal 28 febbraio. La decisione non è ancora presa, ma le opzioni operative sul tavolo segnano un cambio di passo nella strategia americana. Lo rivela Reuters.
Truppe a terra: le opzioni allo studio
Secondo fonti informate, gli Stati Uniti stanno preparando diversi scenari militari.
Tra questi:
- garantire il passaggio sicuro delle petroliere nello Stretto di Hormuz;
- rafforzare operazioni navali e aeree;
- valutare l’impiego di truppe sulla costa iraniana.
Il controllo dello Stretto rappresenta un obiettivo centrale, ma potrebbe richiedere un coinvolgimento diretto sul terreno.
Una fonte della Casa Bianca ha chiarito la posizione attuale: “Non è stata presa alcuna decisione sull’invio di truppe di terra in questo momento, ma il presidente Trump mantiene saggiamente tutte le opzioni a disposizione”.
Kharg Island: il nodo energetico della guerra
Un altro obiettivo strategico è Kharg Island, da cui passa circa il 90% delle esportazioni petrolifere iraniane.
Le opzioni discusse includono:
- invio di forze terrestri;
- controllo diretto dell’infrastruttura;
- eventuale neutralizzazione militare
Un funzionario ha definito l’operazione “molto rischiosa”, considerando che l’Iran può colpire l’isola con missili e droni.
Gli Stati Uniti hanno già attaccato obiettivi militari sull’isola il 13 marzo, mentre Trump ha minacciato ulteriori azioni contro infrastrutture energetiche.
Secondo analisti militari, controllare Kharg Island potrebbe essere più strategico che distruggerla, vista la sua centralità economica.
Uranio e obiettivi nucleari
Tra le opzioni più sensibili c’è anche la possibilità di mettere in sicurezza le scorte iraniane di uranio altamente arricchito.
Un’operazione di questo tipo sarebbe estremamente complessa, anche per le forze speciali statunitensi.
Un alto funzionario ha spiegato: “Ci sono certamente modi per acquisirlo”, aggiungendo però: “Non è stata ancora presa una decisione”.
I numeri della guerra
Il conflitto ha già raggiunto dimensioni rilevanti:
- oltre 7.800 attacchi statunitensi;
- più di 120 navi iraniane distrutte o danneggiate;
- circa 50.000 militari USA presenti in Medio Oriente.
Sul fronte delle perdite:
- 13 soldati americani uccisi;
- circa 200 feriti, in gran parte con lesioni lievi.
Gli attacchi hanno colpito:
- marina iraniana;
- scorte di missili e droni;
- industria della difesa.
Obiettivi dichiarati di Washington
L’operazione militare, denominata “Epic Fury”, ha obiettivi definiti: “Distruggere la capacità missilistica balistica dell’Iran, annientare la sua marina, garantire che i suoi proxy terroristici non destabilizzino la regione e assicurare che l’Iran non possa mai possedere un’arma nucleare”. Quindi, nessun cambio di regime. Tuttavia, come si possono raggiungere questi obiettivi a lungo termine se gli ayatollah restano al loro posto?
Il fattore politico interno
L’eventuale impiego di truppe di terra rappresenta un rischio politico significativo per Trump.
Negli Stati Uniti il sostegno pubblico alla guerra è basso e lo stesso presidente aveva promesso di evitare nuovi conflitti in Medio Oriente.
Nonostante questo, Trump non esclude più esplicitamente la possibilità di “boots on the ground”.
Il ruolo dello Stretto di Hormuz
Il controllo dello Stretto resta uno dei punti più critici.
Inizialmente Trump aveva ipotizzato una scorta navale alle petroliere. Successivamente ha chiesto il coinvolgimento di altri Paesi, senza ottenere adesioni.
In un messaggio pubblicato su Truth Social ha scritto: “Mi chiedo cosa accadrebbe se ‘finissimo’ ciò che resta dello Stato terrorista iraniano e lasciassimo ai Paesi che lo utilizzano, non noi, la responsabilità del cosiddetto Stretto”.
Movimenti militari e limiti operativi
Gli Stati Uniti stanno rafforzando la presenza nella regione anche con un gruppo anfibio e oltre 2.000 Marines.
Allo stesso tempo, la capacità operativa subisce una riduzione con lo spostamento della portaerei USS Gerald R Ford in Grecia per manutenzione dopo un incendio a bordo (si sospetta che sia stato doloso, provocato dagli stessi marinai perché stanchi del troppo tempo in mare).






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