Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
L’Italia ha votato No. E lo ha fatto con quella chiarezza geografica che, più dei commenti televisivi, racconta un Paese reale. Diciassette regioni su venti hanno respinto la riforma della giustizia. Il Sì ha trovato rifugio solo nel Nord dove l’efficienza amministrativa è diventata, da anni, una religione civile. Altrove, soprattutto nelle grandi città e nel Mezzogiorno, ha prevalso la prudenza, che in Italia spesso prende la forma del rifiuto.
Il record della Campania, trascinato da Napoli, non è un dettaglio statistico: è un segnale politico. Quando le metropoli si mettono di traverso, significa che la riforma non è stata percepita come una necessità nazionale ma come una bandiera di parte. E gli italiani, quando sentono odore di bandiere di partito infilate dentro le istituzioni, reagiscono con l’arma più semplice: votano contro.
Questo referendum non è stato perso sui contenuti tecnici. È stato perso sulla fiducia.
Il cittadino medio italiano, che con la giustizia ha un rapporto complicato — talvolta ne diffida, talvolta vi si aggrappa come all’ultimo baluardo contro la politica — ha preferito non toccare un equilibrio che considera fragile. In altre parole, ha detto: non mi fido abbastanza di voi da lasciarvi mettere le mani su questo meccanismo.
Nel Nord produttivo, invece, la questione è stata letta in modo opposto: la giustizia come ingranaggio lento che frena l’economia. Lì il Sì ha vinto perché è stato interpretato come una promessa di velocità, ordine, funzionalità. Due Italie diverse, non nuove: una che chiede efficienza, l’altra che teme lo squilibrio del potere.
Il problema, dunque, non è il risultato. Il problema è ciò che il risultato rivela: una riforma dello Stato non può passare se metà del Paese sospetta che serva all’altra metà.
Se la classe politica ha ancora un minimo di istinto di sopravvivenza democratica, dovrebbe trarre tre lezioni pratiche da questo voto.
La prima: le riforme della giustizia non si fanno per referendum politico, ma per consenso largo. Significa coinvolgere magistratura, avvocatura, università e amministrazioni locali prima di arrivare alle urne. Non dopo.
La seconda: bisogna separare, con chiarezza chirurgica, la riforma tecnica dalla propaganda. Gli italiani tollerano i difetti delle istituzioni molto più di quanto tollerino il sospetto che qualcuno voglia usarle a proprio vantaggio.
La terza: lo Stato deve dimostrare, subito e concretamente, che la giustizia può migliorare senza guerre ideologiche. Ci sono interventi semplici e misurabili:
ridurre i tempi dei processi con investimenti amministrativi reali,
digitalizzare davvero i tribunali,
rafforzare gli organici dove il sistema collassa,
pubblicare indicatori pubblici e comprensibili sull’efficienza della giustizia regione per regione.
Sono riforme meno spettacolari, ma molto più convincenti.
La democrazia italiana non è fragile quando discute. Diventa fragile quando perde fiducia reciproca tra Stato e cittadini. Questo referendum ha detto esattamente questo: il Paese non si fida abbastanza da cambiare di colpo.
Il compito della politica, adesso, non è riprovare subito la stessa battaglia. È ricostruire la fiducia pezzo per pezzo. Senza di quella, ogni riforma — anche la migliore — finirà nello stesso modo: con un No scritto sulla mappa del Paese.
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