L’Iran non ha ancora dato una risposta definitiva al piano statunitense per porre fine al conflitto nel Golfo, nonostante una prima reazione negativa. Teheran, infatti, non ha chiuso del tutto alla proposta e continua a valutarla, mentre sul terreno proseguono attacchi e operazioni militari.

La posizione iraniana: rifiuto pubblico, valutazione interna

Secondo fonti iraniane, come diffuso da Reuters, la proposta americana è ancora oggetto di analisi, anche se la risposta iniziale è stata “non positiva”. Questo elemento contraddice le dichiarazioni diffuse dai media di Stato, che avevano parlato di un rifiuto netto.

Nel frattempo, il messaggio ufficiale resta duro. Un funzionario citato da Press TV ha dichiarato: “L’Iran porrà fine alla guerra quando lo riterrà opportuno e quando saranno soddisfatte le sue condizioni”.

Una linea ribadita anche sul piano politico e militare, con attacchi che continuano su più fronti.

Il ruolo dei mediatori: Pakistan e Turchia

Il piano americano, articolato in 15 punti, è stato trasmesso a Teheran dal Pakistan. Islamabad ha confermato di essere ancora in attesa di una risposta ufficiale.

Una fonte pakistana ha spiegato: “Gli iraniani ci hanno detto che ci ricontatteranno stasera. I media riportano che hanno detto di no. Ma non abbiamo ricevuto alcuna conferma ufficiale dall’Iran. Quindi stiamo solo aspettando”.

Secondo fonti iraniane, eventuali colloqui potrebbero svolgersi in Pakistan o in Turchia, segnale che un canale diplomatico non è del tutto chiuso.

Il contenuto del piano USA

Le linee principali della proposta americana includono:

  • alleggerimento delle sanzioni;
  • riduzione del programma nucleare iraniano;
  • limitazioni al programma missilistico;
  • stop al sostegno ai gruppi armati regionali;
  • riapertura dello Stretto di Hormuz.

Si tratta di punti considerati in larga parte inaccettabili da Teheran, soprattutto su missili e alleanze regionali, ritenuti elementi centrali della propria sicurezza strategica.

Escalation militare: attacchi e nuovi fronti

Mentre la diplomazia resta incerta, la guerra continua. L’Iran ha lanciato nuovi attacchi contro Israele e Paesi del Golfo, inclusa un’azione che ha provocato un incendio all’aeroporto internazionale del Kuwait.

Israele ha risposto con raid aerei su Teheran e altre infrastrutture strategiche, tra cui un centro per lo sviluppo di sottomarini a Isfahan.

Parallelamente, Hezbollah ha intensificato il lancio di razzi dal Libano, mentre droni e missili hanno colpito Arabia Saudita, Bahrain e altre aree strategiche.

Rafforzamento militare USA

Gli Stati Uniti stanno aumentando la presenza militare nella regione:

  • almeno 1.000 paracadutisti della 82ª divisione aviotrasportata in arrivo;
  • circa 5.000 Marines in dispiegamento;
  • unità navali e migliaia di marinai già in movimento.

La Casa Bianca mantiene una linea dura. La portavoce Karoline Leavitt ha dichiarato: “Se non capiranno che sono stati sconfitti militarmente e che continueranno ad esserlo, il presidente Trump farà in modo che vengano colpiti più duramente di quanto non siano mai stati colpiti prima”.

Allo stesso tempo insiste sulla prosecuzione dei negoziati: “I colloqui continuano. Sono produttivi, come ha detto il presidente lunedì, e continuano ad esserlo”.

Mercati: petrolio in calo, tensione alta

Le indiscrezioni sui negoziati hanno avuto effetti immediati sui mercati: calo dei prezzi del petrolio er recupero delle borse.

Il Brent, dopo aver sfiorato i 120 dollari al barile, si è stabilizzato intorno ai 100 dollari, restando comunque circa il 35% sopra i livelli precedenti al conflitto.

Il nodo strategico: Hormuz e Mar Rosso

L’Iran ha quasi bloccato lo Stretto di Hormuz, da cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Allo stesso tempo minaccia di aprire un nuovo fronte nello stretto di Bab al-Mandab, tra Yemen e Gibuti.

Teheran rivendica anche il diritto di controllare il passaggio nello stretto, elemento centrale della sua strategia negoziale.

L’allarme ONU

Infine, il segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres ha lanciato un avvertimento chiaro:

“Il mondo si trova sull’orlo di una guerra di proporzioni ben maggiori. È ora di smettere di salire la scala dell’escalation e iniziare a salire la scala diplomatica”.