Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

Tutti i post


In Sicilia la divisione dei campi politici è semantica. Da un lato c’è, normalmente, a parte i comunicati di rito amministrativi riguardanti le azioni di governo, un silenzio politico. Tranne il forzista Mulè, che oggi non casualmente risiede in Sicilia, ma abita e lavora a Roma, ed ogni tanto il povero commissario di FdI Sbardella, detto il “temporeggiatore” come il console romano Quinto Fabio Massimo, nessuno solitamente parla, apre dibattiti politici, comunica visioni, idee, o almeno liste per la spesa. Gli uomini del centrodestra si riuniscono, a volte rimandano, altre spartiscono postazioni di governo della macchina ormai scassata e da rottamare, ma vanno avanti in silenzio. C’è una crisi morale in Sicilia, c’è una crisi politica a Roma? Nulla trapela, niente viene spiegato, il silenzio da nottata da passare come unica arma. Nessun rilancio, nessuna ghigliottina per i casi di ombrosità come arditamente ha fatto la Meloni, tutto si tiene insieme nella colla vischiosa del mutismo politico. Chi parla è perduto, è la consegna. Nel campo avverso invece, in maniera speculare quasi antropologica, parlano tutti, a vanvera o a ragione, solo che spesso nella Babele non si distingue. Oggi rispetto al passato, anche se i perimetri di unificazione sono come i diavoli della Zisa, stanno insieme, ma parlano tutti separatamente, come un’orchestra dodecafonica senza spartito e direttore, a volte senza nemmeno direzione. C’è un’ansia da comunicazione, soprattutto social, si commenta tutto, giornali, tweet, pure i ragli degli asini. Se poi ti arriva, colpo di sorte, un messaggio notturno da Chigi, scatta la sirena dei vigili del fuoco. In parte c’è l’effetto frazionamento, se no non si chiamerebbe “campo largo”, in parte c’è il narcisismo del parlare, dell’esprimere il proprio punto di vista, indipendentemente dal lessico, dalla strategia politica, financo dall’ortografia. Il narcisismo dialettico è tipico dei siciliani, noi sappiamo tutto, e su tutto ci pronunciamo. Beninteso quelli di centrodestra sono pure siciliani, ma in loro subentra la convenienza a non parlare, perché per chi governa “a megghiu parola e chidda ca un si rice”. I centro sinistri conoscono meno questa prassi, in Sicilia hanno governato solo con Crocetta, a parte la parentesi di un anno Capodicasa-Cuffaro, ma era un governo agrigentino, da uno, nessuno e centomila. Questa scarsa postura e abitudine di governo fa si che l’unico sfogo politico, con la sempiterna quaresima dal potere, sia il verbo, a volte scandalistico, da invettiva, altre lezioso o verboso. Il verbo serve a rassicurare gli aderenti, rimembrare ai simpatizzanti, scuotere gli agnostici. Nessuno tra i silenti ed i comunicanti, i comunisti, almeno quelli di una volta, non ci sono più, però elabora pensiero politico. Che non è un comunicato o un post, è struttura logica che ha bisogno di tempo e fatica intellettuale, ha bisogno di analisi, complessa e non superficiale,  e capacità di sintesi. Ecco il pensiero,  stupendo o meno, è la cosa che oggi manca in Sicilia, tra le tante parole ed i numerosi silenzi.

Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.