Salvatore Zichichi

Salvatore Zichichi è un medico per devozione, mente innovativa e nerd, crede nelle relazioni umane come leva per trasformare la sanità e la realtà.

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Ci sono città che si visitano. E poi ci sono città che si sentono addosso. Tbilisi, per me, è stata questo: un luogo che non si lascia guardare soltanto, ma che entra nei sensi, nel passo, nel respiro. È una capitale che non prova a sembrare perfetta. Preferisce mostrarsi viva. Nelle pietre antiche, nei balconi sospesi, nelle cupole di mattoni dei bagni sulfurei, nei ponti moderni di vetro e acciaio, Tbilisi continua a tenere insieme epoche diverse senza scioglierle in una cartolina artificiale. Non è un dettaglio: la città è cresciuta come snodo lungo la Via della Seta, e per secoli ha assorbito commerci, culture, dominazioni e passaggi che ne hanno fatto una vera cerniera tra Europa e Asia.

Anche il suo nome racconta questa identità profonda. “Tbilisi” deriva dal georgiano tbili, “caldo”, e rimanda alle sorgenti termali che ancora oggi definiscono Abanotubani, uno dei quartieri più antichi della città. La leggenda fondativa lega tutto al re Vakhtang Gorgasali: durante una battuta di caccia, il suo falco avrebbe fatto precipitare una preda in una sorgente calda, rivelando così il potenziale del luogo. Che la si legga come storia o come mito, resta il fatto che la città conserva ancora oggi quel nucleo originario fatto di acqua, zolfo e memoria.

Il mio viaggio è cominciato proprio lì, ad Abanotubani. È uno di quei posti in cui il tempo sembra condensarsi. Le cupole basse dei bagni sulfurei emergono dalla terra come se la città stesse ancora fumando dall’interno. L’odore dello zolfo arriva prima ancora dello sguardo, e subito dopo compare quella Tbilisi più antica, quella che non si limita a raccontare il passato ma lo fa affiorare letteralmente dal sottosuolo. La documentazione ufficiale del turismo georgiano ricorda che Abanotubani è tra i distretti più antichi della città e che le sue sorgenti hanno continuato a scorrere nei secoli; il quartiere resta ancora oggi uno dei luoghi più identitari della capitale.

Da lì, il cammino porta naturalmente verso Leghvtakhevi, la gola che accompagna fino alla cascata urbana. È uno dei contrasti più belli di Tbilisi: nel cuore della città, tra architettura storica e bagni termali, improvvisamente si apre un corridoio d’acqua che scende verso una cascata alta 22 metri. Non è solo un luogo fotogenico. È un punto in cui si capisce davvero quanto Tbilisi sia costruita su fratture, passaggi, dislivelli, improvvise aperture.

Poi c’è Narikala. Più che una semplice fortezza, è una postura urbana. Dall’alto osserva tutto: il fiume Mtkvari, la città vecchia, i tetti, i ponti, le chiese, la parte più contemporanea che si allunga oltre il centro storico. Le fonti turistiche georgiane la descrivono come uno dei punti panoramici più iconici di Tbilisi, e non è difficile capire perché. Da quassù la città non appare divisa tra antico e nuovo: appare cucita insieme. Poco distante, domina anche Kartlis Deda, la Madre della Georgia, la monumentale statua in alluminio alta 20 metri che sovrasta la città da Sololaki Hill e che è diventata uno dei suoi simboli visivi più forti.

Scendendo, uno dei momenti più intensi è stato attraversare il Bridge of Peace. È un ponte pedonale moderno sul Mtkvari, realizzato in acciaio e vetro, nel pieno centro storico. La sua forza non sta solo nella struttura, ma nel dialogo che impone alla città: da una parte la trama irregolare della Tbilisi antica, dall’altra la volontà di mostrarsi contemporanea. È il segno più evidente di una città che non rinnega la propria stratificazione ma prova a portarla avanti.

Tbilisi, però, non vive solo nei suoi profili più celebri. Una parte del suo fascino sta nei luoghi dove il presente si misura con la memoria senza troppa retorica. Gudiashvili Square, per esempio, è una piazza storica del centro, con circa sei secoli di storia, che oggi restituisce bene il volto urbano di una città che cerca equilibrio tra conservazione e vita quotidiana. Dry Bridge, invece, è un’altra narrazione ancora: un mercato informale dove convivono oggetti vintage, monete, arte georgiana, cimeli sovietici e frammenti di vite passate. È uno spazio dove la memoria materiale diventa commercio, curiosità, osservazione sociale.

La stessa impressione l’ho avuta entrando a Fabrika. Qui la Tbilisi contemporanea cambia registro: un’ex fabbrica di cucito sovietica trasformata in centro culturale multifunzionale, con studi creativi, spazi di co-working, caffè, botteghe e il più grande ostello della regione secondo la stessa struttura. Non è soltanto un luogo “di tendenza”. È una dichiarazione urbana: la città non cancella il proprio Novecento, lo riusa.

Ma Tbilisi non sarebbe Tbilisi senza la sua dimensione spirituale. Anchiskhati, secondo il portale ufficiale georgiano, è la chiesa più antica della città. Sioni Cathedral resta uno dei luoghi più significativi della vecchia Tbilisi ed è custodita nel quartiere storico di Kala. E poi c’è Sameba, la Holy Trinity Cathedral: completata nel 2004, è tra le più grandi cattedrali ortodosse del mondo e la sua cupola dorata, visibile da molti punti della città, segna in modo netto il paesaggio urbano. In pochi chilometri, Tbilisi riesce a portare insieme la profondità del culto, la monumentalità contemporanea e una tradizione di pluralismo religioso che le fonti turistiche georgiane continuano a sottolineare quando descrivono la città vecchia.

E poi c’è la tavola. In Georgia il cibo non è mai solo cucina: è relazione, rito, linguaggio collettivo. La supra è descritta ufficialmente come un antico rituale comunitario, guidato dal tamada, il maestro dei brindisi. Sedersi a tavola qui significa entrare in una forma di socialità che tiene insieme ospitalità, orgoglio, racconto e appartenenza. Khinkali e khachapuri non sono semplicemente piatti iconici: sono porte di ingresso in una cultura che si racconta anche attraverso gesti molto precisi, come mordere il khinkali per assorbire il brodo prima di mangiarlo, o riconoscere nelle tante forme del khachapuri le geografie interne del Paese.

Accanto al cibo, naturalmente, c’è il vino. La Georgia presenta se stessa come una delle culle più antiche della viticoltura, e la tradizione del vino in qvevri — le anfore di terracotta usate per fermentare, conservare e invecchiare il vino — è stata iscritta dall’UNESCO nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. È uno di quei casi in cui il viaggio non aggiunge colore a una nozione già letta: la rende finalmente concreta. In Georgia il vino non accompagna soltanto il pasto. Lo interpreta.

Alla fine, ciò che mi porto via da Tbilisi non è una singola immagine ma una sensazione precisa: quella di una città che ha attraversato molto senza smettere di somigliare a se stessa. La si percepisce nei bagni sulfurei che ricordano l’origine del nome, nella fortezza che domina il presente, nelle chiese che tengono insieme secoli diversi, nei mercati che espongono la memoria come merce e racconto, nei luoghi creativi che trasformano l’eredità sovietica in nuova energia urbana. Tbilisi non prova a essere rassicurante. Prova a essere vera. Ed è proprio per questo che resta addosso

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