Il gasolio in Italia costa oggi 2,09 euro al litro. Non è un massimo storico, ma è il prezzo con lo sconto. Quello senza l’intervento del Governo approvato ieri mattina a Palazzo Chigi avrebbe superato i 2,33 euro al litro entro pochi giorni. La scadenza era fissata al 7 aprile. Il Consiglio dei Ministri ha prorogato il taglio delle accise fino al 1° maggio stanziando 500 milioni di euro, ma ha anche reso evidente una cosa: il sistema è sotto pressione strutturale, non congiunturale. E la fonte di quella pressione ha un nome preciso: Stretto di Hormuz.
Perché Hormuz riguarda il pieno dell’automobile siciliana
La guerra in Iran, entrata nella quinta settimana senza segnali di risoluzione, ha già ridisegnato le rotte commerciali globali. Centinaia di petroliere e navi di gas liquefatto ferme ai bordi dello Stretto, operatori logistici come Maersk costretti a deviare: l’effetto sulle quotazioni internazionali è stato immediato. Il Brent è stabilmente sopra i 100 dollari al barile.
Il punto che non emerge abbastanza nel dibattito nazionale riguarda la composizione specifica delle importazioni italiane. Solo il 6% del greggio che arriva in Italia passa per Hormuz. Diversissimo il discorso per il prodotto finito: il 57% del gasolio consumato nel Paese (circa 3 milioni di tonnellate) transita necessariamente per quello stretto di mare. Non è un dato marginale. È la spina dorsale energetica del trasporto su gomma, dell’agricoltura e di buona parte dell’industria.
Perché questa disparità? Nell’ultimo decennio l’Europa ha progressivamente ridotto la propria capacità di raffinazione. I costi operativi elevati, le politiche ambientali e la transizione verso le bioraffinerie (con Eni che ha già convertito Marghera e Gela) hanno spostato la produzione di gasolio raffinato verso i Paesi del Golfo: Arabia Saudita, Kuwait, Emirati Arabi Uniti. Tutti impianti che per raggiungere i mercati europei devono passare per Hormuz.
Davide Tabarelli di Nomisma Energia ha definito la crisi attuale peggiore di quelle del 1973 e del 1979. Allora fu la penuria di greggio. Oggi il nodo è il prodotto già raffinato, quello che va direttamente nei serbatoi.
I prezzi reali: dove siamo e dove potremmo arrivare
Al 3 aprile 2026, secondo il monitoraggio del Ministero delle Imprese e del Made in Italy (Mimit), i prezzi medi nazionali in modalità self service erano:
- Gasolio su rete stradale: 2,096 euro/litro
- Gasolio su rete autostradale: 2,137 euro/litro
- Benzina su rete stradale: 1,763 euro/litro
- Benzina su rete autostradale: 1,822 euro/litro
Rispetto al periodo antecedente l’attacco di USA e Israele all’Iran, il gasolio ha già accumulato 31 centesimi al litro in più. La benzina 6 centesimi. Un pieno da 50 litri di diesel costa oggi 12 euro in più rispetto a sei settimane fa.
Senza il taglio delle accise di 25 centesimi (più IVA), il gasolio avrebbe raggiunto o superato i 2,33 euro al litro in rete ordinaria e 2,39 euro in autostrada, secondo i dati già rilevati prima dell’entrata in vigore del decreto. I prezzi da 3 euro al litro (ipotizzati da alcuni analisti) restano uno scenario estremo, legato a un blocco totale e prolungato di Hormuz. Non è il dato attuale, ma non è nemmeno uno scenario teorico: è il punto d’arrivo di una escalation che nessuno può escludere.
Goldman Sachs e l’Energy Information Administration statunitense prevedono che i prezzi rimarranno su questi livelli almeno per tutto aprile-maggio 2026.
Lo sconto sulle accise: quanto dura e quanto pesa
Il decreto approvato ieri dal Consiglio dei Ministri (su proposta di Giorgia Meloni, Giancarlo Giorgetti, Gilberto Pichetto Fratin, Adolfo Urso, Francesco Lollobrigida e Antonio Tajani) è operativo dall’8 aprile al 1° maggio 2026. Costo: 500 milioni di euro coperti per 200 milioni dall’extragettito IVA generato dai rincari stessi e per 300 milioni attraverso il meccanismo europeo ETS (scambio delle quote di emissione di CO2).
Il provvedimento include anche un credito d’imposta per le imprese agricole e per gli autotrasportatori (28%), con utilizzo in compensazione entro il 31 dicembre 2026.
Il Codacons ha però già segnalato il paradosso: nonostante lo sconto, il gasolio ha superato quota 2,10 euro al litro in nove regioni italiane, annullando di fatto l’effetto del taglio precedente. I listini più alti si registrano a Bolzano (2,134 euro/litro self), in Calabria (2,116) e in Friuli Venezia Giulia (2,113). La Sicilia non è nell’elenco delle regioni con i prezzi più alti sul gasolio ordinario alla pompa, ma la situazione del gasolio agricolo racconta un’altra storia.
Sicilia: l’isola più vulnerabile della catena
Il gasolio agricolo in Sicilia ha già raggiunto 1,38 euro al litro, secondo i dati Coldiretti aggiornati al 1° aprile 2026. Rispetto ai livelli di fine febbraio (quando costava circa 0,85 euro al litro) l’aumento supera il 60%. È uno dei picchi più alti segnalati in Italia, assieme alla Puglia.
L’urea, fertilizzante essenziale per molte coltivazioni siciliane, è passata da valori normali a 815 euro per tonnellata (+40% in un mese). La Coldiretti stima che il costo per ettaro delle aziende agricole italiane sia aumentato fino a 200 euro, con impatti diretti sulla sovranità alimentare e sui prezzi al consumo.
Ma c’è una vulnerabilità più ampia che riguarda la Sicilia in quanto isola. L’88% dei beni alimentari viaggia su gomma, e il trasporto marittimo verso la Sicilia assorbe ulteriori costi logistici legati al prezzo del carburante navale. Se il gasolio sale, sale tutto quello che viaggia su gomma o su nave. E quasi tutto ciò che arriva in Sicilia fa uno o entrambi questi tragitti.
I camionisti hanno proclamato un fermo nazionale dal 20 al 25 aprile. Se si fermano i trasporti su gomma, le conseguenze per un’isola già strutturalmente dipendente dalle forniture continentali sarebbero più pesanti che altrove.
Il piano d’emergenza europeo esiste già
Il commissario europeo all’Energia Dan Jørgensen ha già invitato i Paesi membri ad adottare misure di risparmio: smart working, limiti di velocità ridotti, più trasporto pubblico, carpooling, riduzione dei voli non necessari. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) ha predisposto un decalogo di austerità per ridurre la domanda di 8-10 milioni di barili al giorno a livello globale e preservare le riserve strategiche.
Non sono misure attive in Italia. Ma il fatto che Bruxelles le abbia già formalizzate dice qualcosa sullo stato reale della crisi.
Il rischio razionamento nel breve termine è considerato limitato dalle scorte attuali. Il problema è l’arco temporale: se il conflitto si prolunga oltre l’estate 2026 e le rotte di Hormuz restano compromesse, le scorte non reggono a lungo. JP Morgan ha definito la situazione una “bomba a orologeria“. L’espressione è forte, ma riflette un’analisi numerica, non una metafora.






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