La liquidazione del trattamento di fine servizio (TFS) per i dipendenti pubblici inizia a cambiare con la circolare n. 30 del 27 marzo 2026 dell’INPS, che recepisce la Legge di Bilancio 2026.
Dal 1° gennaio 2027 il tempo di attesa scende da 12 a 9 mesi. La riduzione è reale ma riguarda solo chi maturerà i requisiti pensionistici da quella data. Per chi invece raggiunge i requisiti entro il 31 dicembre 2026 resta il sistema attuale: 12 mesi di attesa più ulteriori 90 giorni tecnici per il pagamento, con un primo accredito che può arrivare fino a circa 15 mesi dopo il pensionamento.
Come funziona oggi il pagamento del TFS nel pubblico impiego
Nel pubblico impiego il TFS non viene liquidato subito. A differenza del settore privato, dove il TFR viene pagato in tempi brevi, nel sistema pubblico esiste un differimento obbligatorio. Il pagamento può partire solo dopo 12 mesi dalla cessazione del rapporto di lavoro, ai quali si aggiungono circa tre mesi tecnici per l’erogazione. Questo meccanismo comporta tempi complessivi che arrivano fino a 15 mesi per il primo versamento.
Le tempistiche variano però in base alla causa della cessazione del rapporto. Nei casi di inabilità o decesso il pagamento avviene entro 105 giorni. Per il pensionamento ordinario, dal 2027 si scenderà a 9 mesi, mentre per chi esce entro il 2026 restano i 12 mesi più i 90 giorni tecnici. Nei casi di dimissioni volontarie o licenziamento, invece, il tempo di attesa resta fissato a 24 mesi. Esiste inoltre una situazione particolare per chi accede a forme di pensione anticipata come Quota 100 o la pensione anticipata flessibile: in questi casi il termine per il pagamento non decorre dalla cessazione del lavoro, ma dal momento in cui si sarebbero maturati i requisiti ordinari secondo la riforma Fornero.
Il nodo della rateizzazione: attese fino a tre anni
Il problema più rilevante resta la rateizzazione degli importi. Il TFS viene pagato in un’unica soluzione solo se l’importo non supera i 50.000 euro lordi. Se la somma è compresa tra 50.000 e 100.000 euro, il pagamento avviene in due tranche annuali: una prima quota fino a 50.000 euro e la restante dopo un anno. Per importi superiori a 100.000 euro, il pagamento viene suddiviso in tre rate annuali, con intervalli di 12 mesi tra una e l’altra. Questo significa che, nei casi più rilevanti, un lavoratore può attendere fino a 36 mesi dopo il pensionamento per ricevere l’intera liquidazione maturata.
La Corte Costituzionale interviene: sistema sotto osservazione
Il tema è stato riportato al centro del dibattito dalla Sentenza 25/2026, che ha riconosciuto le criticità del sistema attuale, in particolare per quanto riguarda il pagamento differito e la rateizzazione. Il riferimento è l’articolo 36 della Costituzione, secondo cui il lavoratore ha diritto a una retribuzione proporzionata e sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa. Il TFS è considerato una forma di retribuzione differita e ritardarne il pagamento per anni rischia di comprometterne il valore reale, anche alla luce dell’inflazione e dell’assenza di adeguati meccanismi di rivalutazione.
Perché la Consulta ha rinviato al 2027
Nonostante le criticità evidenziate, la Corte non ha dichiarato immediatamente incostituzionale il sistema. Ha rinviato la decisione al 14 gennaio 2027 per evitare un impatto finanziario immediato sui conti pubblici. Una cancellazione immediata delle norme renderebbe esigibili tutte le liquidazioni arretrate, con effetti miliardari sul bilancio dello Stato e dell’INPS. La scelta è stata quindi quella di concedere al Parlamento circa un anno di tempo per intervenire con una riforma strutturale.
Modifiche introdotte finora: interventi limitati
Negli ultimi anni sono stati introdotti alcuni correttivi. È stata ampliata la platea dei lavoratori considerati fragili, che possono ricevere il TFS entro tre mesi dalla cessazione del servizio. Inoltre è stata prevista una riduzione una tantum dei tempi di liquidazione di tre mesi a partire dal 2027. Tuttavia, secondo la Corte, questi interventi non risolvono il problema alla radice e non eliminano i meccanismi di dilazione che continuano a generare attese molto lunghe.






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