Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Nella politica italiana c’è un tempo sospeso che ritorna ciclicamente: è il tempo dell’attesa, dell’equilibrio instabile, della scelta rimandata fino al limite in cui il rinvio stesso diventa una decisione. 

È dentro questa sospensione che si colloca oggi la vicenda di Giorgia Meloni ed il rapporto con il mondo conservatore: un dilemma che non è solo politico, ma quasi esistenziale.

Nel corso del suo governo la Giorgia nazionale ha mostrato una capacità di adattamento europeo che pochi le riconoscevano alla vigilia. Non ha deviato sul sostegno all’Ucraina, ha mantenuto una linea di sostanziale affidabilità nei confronti di Bruxelles, ha accettato — talvolta persino anticipato — quella grammatica della responsabilità che l’Europa impone ai Paesi più esposti, più fragili, più indebitati.


Non è poco, in un Paese come l’Italia, la cui storia economica è segnata da cicliche tentazioni di fuga e altrettanto cicliche richieste di protezione. Meloni questo lo sa. Sa che l’Italia non può permettersi il lusso della solitudine, né quello, ancora più pericoloso, dell’ambiguità strategica. Sa che un’Europa debole non è un’opportunità, ma una minaccia diretta alla stabilità nazionale.


E tuttavia esita.


Qui si apre la faglia più interessante — e più rivelatrice — della sua leadership. Perché la questione ungherese, il rapporto con Viktor Orbán, non è una semplice divergenza di politica estera: è uno specchio identitario. È il punto in cui la biografia politica si intreccia con la funzione di governo, dove la memoria di appartenenza entra in conflitto con la necessità della responsabilità.


Rompere con Orbán non significherebbe soltanto prendere le distanze da un alleato ingombrante. Significherebbe, in una certa misura, ridefinire se stessa. Rinunciare a una parte di quella narrazione che ha accompagnato l’ascesa della destra italiana negli ultimi anni, fatta di sovranismo, di diffidenza verso le istituzioni europee, di fascinazione per modelli di democrazia “illiberale” che oggi mostrano tutte le loro contraddizioni.


Ma la politica, quando è davvero tale, è sempre un’arte della scelta sotto pressione. E il costo dell’ambiguità cresce nel tempo. Non è mai neutro, non è mai invisibile. Ogni esitazione viene registrata, pesata, interpretata. Dai partner europei, innanzitutto, che misurano l’affidabilità non sulle dichiarazioni, ma sulla coerenza. Ma anche dagli interlocutori globali, da Washington a Mosca, che leggono nelle sfumature italiane la possibilità di una crepa, di uno spazio di manovra.


È qui che la questione si fa, inevitabilmente, nazionale. Perché l’interesse dell’Italia non coincide con quello di una parte, né con quello di una tradizione politica. Coincide, piuttosto, con la sua collocazione: dentro un’Europa forte, coesa, capace di esercitare peso reale nello scenario globale. Un’Europa nella quale l’Italia non sia comprimaria, ma protagonista — non per velleità, bensì per necessità strutturale.


Meloni sembra aver compreso tutto questo. Ma comprendere, in politica, non basta. Occorre interiorizzare, cioè trasformare la consapevolezza in decisione, la diagnosi in scelta.


E allora la domanda resta sospesa, come una linea d’ombra: conviene restare a metà del guado?


Forse sì, nel breve periodo. L’ambiguità è spesso una forma di sopravvivenza. Tiene insieme mondi diversi, evita rotture, guadagna tempo. Ma nel medio periodo diventa una trappola. Perché obbliga a continui aggiustamenti, espone a pressioni contraddittorie, impedisce quella chiarezza che è il primo requisito della leadership.


Lunedì l’esito del voto magiaro, forse, offrirà una risposta. O almeno un indizio.


Se Orbán dovesse uscire indebolito, o sconfitto, per Meloni si aprirebbe una via d’uscita quasi indolore: la possibilità di allinearsi senza dover rompere, di cambiare posizione senza dichiarare il cambiamento. Una liberazione, appunto — di quelle che la politica concede talvolta ai suoi protagonisti, risparmiando loro il peso delle decisioni più dolorose.


Ma resta un dubbio, sottile e decisivo: se anche quella liberazione arrivasse, Meloni saprebbe riconoscerla? Saprebbe farne un punto di svolta, oppure la vivrebbe come un semplice alleggerimento tattico?


È in questa differenza — tra chi coglie le occasioni e chi le attraversa senza trasformarle — che si misura, alla fine, la statura di una leadership.


E l’Italia, come sempre, resta in attesa.

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