Lo Stretto di Hormuz è bloccato da oltre 40 giorni a causa del conflitto tra Iran e Stati Uniti. Attraverso quello stretto passa il 40% del carburante aereo mondiale. ACI Europe ha comunicato alla Commissione UE che se il transito non riprende entro tre settimane, gli aeroporti europei affronteranno una carenza sistemica di cherosene, con rischi diretti per i voli estivi e il turismo.
Gli aeroporti europei hanno ancora cherosene per circa venti giorni. Dopodichè, se lo Stretto di Hormuz non tornerà percorribile in modo stabile, le compagnie aeree non potranno garantire la programmazione dei voli oltre maggio.
L’allarme è nero su bianco in una lettera di due giorni fa, 9 aprile, firmata da Olivier Jankovec, direttore generale di ACI Europe, l’associazione che rappresenta oltre 360 scali in 48 paesi del continente. Il documento, indirizzato al commissario europeo ai Trasporti Apostolos Tzitzikostas e al commissario all’Energia Dan Jørgensen, è stato visionato dal Financial Times.
Cosa è successo a Hormuz dal 28 febbraio
Il 28 febbraio scorso, a seguito dell’attacco militare condotto da Israele e dagli Stati Uniti contro l’Iran, Teheran ha disposto il blocco dello Stretto di Hormuz, minacciando di distruggere qualsiasi nave che tentasse di attraversarlo senza autorizzazione. Da quel giorno la situazione non si è mai normalizzata.
Stando ai dati di tracciamento navale incrociati dalle agenzie Reuters e Bloomberg con le piattaforme Kpler e Lloyd’s List Intelligence, il traffico attraverso lo Stretto è crollato di oltre il 96% rispetto ai livelli abituali. Contro una media di circa 140 transiti giornalieri, nelle ultime 24 ore soltanto una petroliera e cinque navi portarinfuse hanno percorso il corridoio.
La tregua di due settimane concordata nella notte tra il 7 e l’8 aprile tra Washington e Teheran non ha prodotto alcun miglioramento reale. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, nessuna petroliera e nessuna nave per il trasporto di gas ha attraversato lo Stretto: soltanto quattro navi adibite ai carichi secchi sono riuscite a completare il transito, secondo i dati di Kpler.
La tregua ha riaperto formalmente lo Stretto l’8 aprile, ma entro la mattina del 9 aprile la chiusura era già tornata in vigore per effetto dei raid israeliani in Libano. I grandi vettori container, a cominciare da Maersk, si erano già dichiarati cauti e non avevano modificato le proprie rotte.
Il nodo delle mine: Teheran non riesce a toglierle
Il problema più grave emerge da fonti americane citate nelle ultime ore dal New York Times.
L’Iran non è riuscito ad aprire lo Stretto di Hormuz perché non ha saputo individuare e rimuovere le mine navali che vi aveva posato. Secondo il quotidiano americano, Teheran non disporrebbe della capacità necessaria per rimuovere gli ordigni anche dopo averli localizzati.
Le piccole imbarcazioni dei Pasdaran hanno minato lo Stretto il mese scorso, lasciando aperto soltanto un corridoio per le navi che pagavano un pedaggio. Le Guardie rivoluzionarie hanno emesso avvisi di possibili collisioni tra navi e mine marine, mentre organi di stampa semi-ufficiali hanno pubblicato carte nautiche con rotte sicure. Le rotte risultano però fortemente limitate perché la minazione è avvenuta in modo disordinato, secondo funzionari statunitensi. Non è chiaro se Teheran abbia registrato la posizione di ogni singola mina e alcune di quelle piazzate potrebbero essersi spostate o essere andate alla deriva.
Secondo Martin Kelly di EOS Risk Group, la rimozione delle mine richiederebbe comunque mesi di lavoro, a prescindere dall’esito dei negoziati politici. Questo dettaglio tecnico è rilevante perché rovescia la narrativa di una crisi risolvibile con la sola diplomazia: anche se Teheran volesse riaprire in modo immediato e incondizionato, non sarebbe fisicamente in grado di farlo in tempi brevi.
L’allarme di ACI Europe alla Commissione UE
Nella lettera del 9 aprile, Jankovec ha sottolineato come la situazione sia più critica di quanto inizialmente comunicato, mettendo a rischio la programmazione delle compagnie aeree, soprattutto per l’alta stagione turistica estiva. ACI Europe ha chiesto alla Commissione europea di valutare misure straordinarie, tra cui l’ipotesi di acquisti collettivi di carburante aereo a livello UE.
Il punto più critico della lettera riguarda l’assenza di strumenti europei di monitoraggio. Al momento non esiste una mappatura, valutazione e monitoraggio a livello europeo della produzione e della disponibilità di carburante per aerei. Una crisi di approvvigionamento comprometterebbe gravemente le operazioni aeroportuali e la connettività aerea, con il rischio di pesanti ripercussioni economiche per le comunità colpite.
Lo scorso weekend, quattro aeroporti italiani hanno già introdotto restrizioni sul carburante per aerei dopo l’interruzione delle consegne da parte di un fornitore chiave, sebbene la carenza non fosse direttamente collegata a Hormuz.
I negoziati di Islamabad e l’incognita Trump
Oggi, 11 aprile, i negoziatori iraniani – guidati dal presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf – e una delegazione americana sono riuniti a Islamabad, in Pakistan, per i colloqui di pace. La riapertura dello Stretto è uno dei nodi centrali del tavolo. Gli Stati Uniti hanno accettato di sbloccare beni iraniani congelati depositati in Qatar e in altre banche estere, mossa che Teheran ha accolto come segnale di serietà. Lo sblocco dei beni è stato descritto come direttamente collegato alla garanzia del passaggio sicuro attraverso Hormuz.
Trump ha promesso di riaprire lo Stretto “con o senza” la cooperazione iraniana. Ma l’opzione militare ha costi politici alti: la popolarità di Trump negli USA sta calando a causa della guerra e un intervento militare, oltre che essere molto costoso, aprirebbe a uno scenario di conflitto ancora più prolungato.
Fatih Birol, presidente dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, ha definito quella attuale la crisi energetica più acuta della storia mondiale, aggiungendo che le interruzioni nelle forniture di petrolio, gas e prodotti raffinati sono più gravi di quelle delle tre precedenti crisi energetiche messe insieme, riferendosi agli anni Settanta e al 2022.
Impatto per la Sicilia
Per la Sicilia, isolata per natura e dipendente dall’aviazione per ogni collegamento con l’esterno, la posta in gioco non è astratta. Se i negoziati di Islamabad non produrranno risultati entro le prossime settimane, l’estate 2026 potrebbe assomigliare a qualcosa che non si è mai visto.






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