4912 casi di morte improvvisa esaminati uno per uno, incrociati con i registri vaccinali di oltre 6 milioni e 700mila persone tra i 12 e i 50 anni. Il risultato, pubblicato il 19 marzo 2026 su PLOS Medicine da un gruppo di ricercatori dell’Università di Toronto, è netto: non esiste alcuna correlazione tra la vaccinazione anti-Covid e il rischio di morte cardiaca improvvisa. Per chi in questi anni ha sentito parlare di una “strage silenziosa” tra i giovani sani, quei numeri dicono qualcosa di definitivo.
Lo studio riguarda la provincia dell’Ontario, Canada e copre il periodo 2019-2022. I ricercatori hanno incrociato i dati vaccinali – dalla prima alla terza dose – con i verbali dei medici legali e i registri di decesso. Il metodo è il caso-controllo su base di popolazione: uno degli strumenti più robusti dell’epidemiologia, perché consente di isolare l’esposizione al vaccino controllando le variabili di confondimento. Si tratta di una fotografia di una porzione di realtà con dati amministrativi reali.
Cosa dicono davvero i numeri
Nel dettaglio, i ricercatori hanno setacciato 4.912 casi di morte improvvisa avvenuti tra il 2019 e il 2022, incrociando i dati vaccinali con i registri di decesso e i verbali dei medici legali. Il risultato è una linea piatta: nessun picco nelle settimane successive all’iniezione, nessun segnale anomalo nell’arco delle 1-4 settimane post-vaccinazione, che è la finestra temporale di maggiore attenzione in questo tipo di analisi.
Una prima lettura grezza dei dati aveva fatto emergere qualcosa di apparentemente paradossale: i vaccinati mostravano una mortalità inferiore rispetto ai non vaccinati. Un dato che avrebbe potuto essere frainteso come un “effetto protettivo” diretto del vaccino. Lo studio è stato ricevuto il 17 marzo 2025 e accettato per la pubblicazione il 22 gennaio 2026, a dimostrazione del rigore del processo di revisione tra pari. La spiegazione scientifica è più sobria: si tratta del cosiddetto “effetto del lavoratore sano“. Chi sta meglio, chi non ha malattie pregresse, chi ha uno stile di vita più ordinato tende anche a vaccinarsi di più. Una volta normalizzati i dati per questa distorsione, il rischio è risultato nullo, in tutte le direzioni, per ogni tipo di vaccino e per ogni dose.
Ivan Gentile, professore ordinario di Malattie Infettive all’Università degli Studi di Napoli Federico II, traduce il dato in termini diretti: “Questo studio, che si inserisce in un quadro di altre evidenze che andavano nella medesima direzione, ci dice una cosa molto netta: non è così. Lo dice con la forza di un campione enorme. I numeri non supportano la narrazione di un’ondata di morti: è un assunto assolutamente falso”, si legge su Il Fatto Quotidiano.
La trappola del “dopo” scambiato per “a causa di”
Il problema più persistente nella comunicazione post-pandemica è stato di natura logica prima ancora che scientifica. Ogni morte che si verificava nelle settimane dopo una vaccinazione diventava, nella narrazione disinformativa, automaticamente una morte causata dal vaccino. È un errore che ha un nome preciso: post hoc ergo propter hoc, dopo questo, dunque a causa di questo. Una delle fallacie più antiche e più sfruttate della storia del pensiero.
Gentile usa un’analogia tagliente per smontarla: “Se una morte improvvisa avviene dopo il vaccino, o dopo che una persona si fa la barba o si mette in macchina, non vuol dire che sia successa a causa del vaccino, della barba o dell’auto. Succede solo dopo quella cosa, ma senza un legame causale. Questo studio dice esattamente questo: i numeri non supportano certe narrazioni”.
Non si tratta di minimizzare. Lo studio riconosce esplicitamente che i vaccini anti-Covid sono stati associati a rari casi di miocardite e pericardite. Alcune reazioni avverse non emerse dagli studi, come miocarditi e pericarditi, sono da considerarsi eventi rarissimi – circa 6 per ogni milione di dosi somministrate – con decorso generalmente favorevole. Ma c’è differenza tra un effetto avverso raro e transitorio e un aumento delle morti fatali nella popolazione generale. Lo studio dell’Ontario certifica che il secondo scenario non si è verificato.
Un risultato che si inserisce in una catena di evidenze
Il lavoro dell’Università di Toronto non nasce nel vuoto. Uno studio australiano condotto sul Victoria – stato con popolazione di 6,5 milioni di persone – aveva già analizzato i dati da aprile 2019 a marzo 2022, concludendo che i tassi di arresto cardiaco extraospedaliero nei giovani non hanno mostrato alcun segnale di relazione con l’introduzione della vaccinazione diffusa o con i tassi comunitari di infezione da Covid-19.
Studi condotti in diversi Paesi, tra cui il Regno Unito, non hanno riscontrato alcun collegamento tra il vaccino e le morti improvvise nei giovani. Uno studio inglese ha analizzato i dati sanitari nazionali su tutti i residenti tra i 12 e i 29 anni, mostrando che non c’è un aumento significativo della mortalità nelle dodici settimane successive alla vaccinazione a mRNA. Anche in Italia, uno studio condotto sulla Regione Veneto sui soggetti fino a 40 anni ha dimostrato che non vi è alcuna variazione nella mortalità tra il 2021 e il 2022 rispetto agli anni precedenti.
Il professor Gentile riassume il valore cumulativo di questi risultati: “In un’analisi statistica più fine è emerso che non c’è relazione né in senso protettivo né in senso di rischio aumentato. Se vogliamo essere prudenti, dobbiamo dire che non esiste alcuna relazione. È un segnale da analizzare per quello che è: un dato di fatto scientifico”.
Quando la narrazione sopravvive ai dati
La pubblicazione su PLOS Medicine ha un peso specifico preciso. Non si tratta di un comunicato stampa, di un parere o di un’opinione. È una ricerca peer-reviewed, sottoposta a revisione da parte di esperti indipendenti, accettata dopo un processo che ha richiesto quasi un anno di confronto scientifico: la domanda iniziale risale al marzo 2025.
Il punto che rimane aperto non è scientifico. È comunicativo e, in qualche misura, politico. Per anni, la narrazione che associava i vaccini alle morti improvvise ha circolato in spazi digitali, ha condizionato scelte individuali, ha alimentato diffidenza verso le istituzioni sanitarie.
Gentile non usa eufemismi: “Quando i numeri smentiscono la paura, il problema non è più la scienza, ma è chi continua a ignorare la scienza”.
Quei 4.912 casi analizzati in Ontario sono 4.912 persone reali, con cartelle cliniche reali, con storie reali. Nessuno di loro è morto a causa di un vaccino, secondo questa analisi. La narrazione che lo sosteneva era, nei suoi fondamentali, falsa. Questo non chiude il dibattito sulla comunicazione scientifica ma lo apre, semmai, su un piano diverso.






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