Meno di ventiquattr’ore. Tanto è durata la riapertura dello Stretto di Hormuz annunciata ieri da Teheran. Oggi, 18 aprile, le forze armate iraniane hanno comunicato che il controllo dello stretto è tornato “al suo stato precedente”, sotto la gestione diretta dei militari. La ragione è esplicita: gli Stati Uniti continuano a mantenere il blocco navale “con la loro ripetuta storia di mancato rispetto degli impegni”, commettendo secondo Teheran “atti di banditismo e pirateria” con il pretesto del blocco. Nel mezzo, una giornata di annunci trionfali da Washington che la realtà operativa ha smentito nel giro di ore.
La sequenza: da Islamabad a Truth Social, fino alla richiusura
Per capire cosa è successo nelle ultime ore bisogna tornare al fallimento dei negoziati di Islamabad. Dopo il nulla di fatto nel fine settimana – con il vicepresidente JD Vance al tavolo – Trump ha invertito la rotta rispetto alle settimane precedenti: da promotore della circolazione degli idrocarburi iraniani a fautore di un blocco navale mirato.
La formulazione operativa dello US Central Command è più circoscritta rispetto all’annuncio politico: il blocco riguarda “tutto il traffico marittimo” in entrata o in uscita dai porti iraniani, sulle coste del Golfo e del Golfo di Oman, mentre il passaggio verso i porti non iraniani resta formalmente consentito. Una distinzione che nella pratica si è rivelata più sottile di quanto Washington volesse far sembrare.
Il 17 aprile, in concomitanza con il cessate il fuoco tra Israele e Libano, il Ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato su X la riapertura totale dello stretto alle navi commerciali. Trump ha risposto immediatamente su Truth Social: “L’Iran ha appena annunciato che lo Stretto è pienamente aperto e pronto per il transito completo. Grazie”.
Poche righe dopo, però, la Casa Bianca ha aggiunto la precisazione che svuotava l’entusiasmo: “Lo Stretto di Hormuz è completamente aperto, operativo e pronto per il pieno transito. Tuttavia, il blocco navale rimarrà pienamente in vigore ed efficace esclusivamente nei confronti dell’Iran, finché la nostra transazione con l’Iran non sarà completata al 100%”.
Per Teheran quella precisazione non era un dettaglio: la ragione per rimandare tutto al punto di partenza.
Khatam al-Anbiya: “Buona fede non ricambiata”
La dichiarazione del quartier generale centrale Khatam al-Anbiya pubblicata nella mattinata del 18 aprile ricostruisce la posizione iraniana con una logica precisa. L’Iran afferma di aver acconsentito “in buona fede” al transito di un numero limitato di petroliere e navi mercantili attraverso lo stretto in modo controllato, sulla base di accordi precedentemente raggiunti nei negoziati. “Purtroppo, gli americani continuano a commettere atti di banditismo e pirateria con il pretesto di un cosiddetto blocco”.
La conseguenza operativa è immediata: “il controllo dello Stretto di Hormuz è tornato al suo stato precedente, sotto la stretta gestione e il controllo delle forze armate” iraniane. La condizione per tornare alla navigazione libera è altrettanto netta: finché Washington non garantirà la libera circolazione delle navi iraniane verso e dalle loro destinazioni, lo stretto resterà sotto controllo militare di Teheran.
Vale la pena notare che la mossa di Araghchi del 17 aprile – annunciare la riapertura senza condizioni esplicite – aveva già generato rare e dure critiche dai media statali iraniani più intransigenti, che la giudicavano un errore perché aveva offerto a Trump “la migliore opportunità per andare oltre la realtà e dichiararsi vincitore della guerra”. La richiusura di oggi appare anche come una risposta alle pressioni interne.
Trump: “Il blocco resta”, ma l’accordo “è vicino”
A bordo dell’Air Force One, Trump ha risposto alla richiusura senza variare la posizione di fondo. Ha insistito che il blocco statunitense, iniziato lunedì, “rimarrà” in vigore e ha lanciato un avvertimento esplicito: il fragile cessate il fuoco potrebbe saltare già entro mercoledì se non si arriverà a un accordo.
Al tempo stesso, il presidente ha continuato a proiettare ottimismo. “L’Iran ha accettato di non chiudere mai più lo Stretto di Hormuz. Non verrà più utilizzato come arma contro il mondo!”, ha scritto su Truth, una affermazione che Teheran non ha confermato e che le forze armate iraniane hanno di fatto smentito nelle stesse ore con la dichiarazione di richiusura.
In controtendenza con l’ottimismo della Casa Bianca, fonti iraniane avevano già riferito il 17 aprile a Reuters che “rimangono delle divergenze importanti”. Sul tavolo c’è il nodo del programma nucleare: Trump afferma che Teheran avrebbe accettato di sospendere l’arricchimento dell’uranio, ma Vance aveva già chiarito che “non c’è la promessa da parte di Teheran di abbandonare definitivamente l’arma nucleare”.
Cosa transita attraverso Hormuz e perché il mondo lo tiene d’occhio
La chiusura dello stretto ha fatto temere il più grave shock energetico della storia recente: in tempi normali, attraverso Hormuz transita un quinto della produzione mondiale di petrolio e gas naturale liquefatto. Non si tratta di una vulnerabilità che riguarda solo il Medio Oriente. La dipendenza delle economie asiatiche – Cina, India, Giappone, Corea del Sud – dal transito nello stretto rende ogni oscillazione del controllo militare iraniano un evento con ricadute immediate sui mercati globali.
Il CentCom ha avvertito che qualsiasi imbarcazione che entri o esca dall’area del blocco senza autorizzazione sarà “soggetta a intercettazione, dirottamento e cattura”. Una dichiarazione che apre interrogativi giuridici precisi: fermare e ispezionare una nave in mare aperto è considerato un atto ostile e, in molti casi, un atto di guerra, soprattutto se riguarda imbarcazioni di Paesi terzi. Le zone grigie operative sono numerose.
Il segretario alla Difesa Pete Hegseth, dal canto suo, ha dichiarato che il blocco navale USA resterà “per tutto il tempo necessario”. Una formulazione volutamente priva di scadenza, che colloca la crisi in un orizzonte temporale indefinito, legato all’esito di negoziati ancora lontani dall’accordo.
Il meccanismo a specchio: dichiarazione, esultanza, smentita
La giornata del 17-18 aprile ha prodotto un modello ricorrente in questa crisi: dichiarazione iraniana → esultanza americana → smentita operativa → risposta iraniana. Ogni passaggio ha consumato capitale diplomatico senza avanzare di un millimetro verso un accordo strutturato.
Trump ha ribadito che la stretta americana rimarrà finché non sarà raggiunto un accordo con Teheran, ma “ci siamo molto vicini”, assicura il tycoon, affermando che il regime ha accettato di sospendere il programma nucleare. Dal lato iraniano, la risposta del Khatam al-Anbiya di oggi, 18 aprile, va nella direzione opposta: nessun allentamento finché il blocco USA non sarà rimosso.
I negoziati, secondo quanto emerge dalle fonti, riprenderanno nel fine settimana. La scadenza del cessate il fuoco è mercoledì.






Commenta con Facebook