Oggi, venerdì 17 aprile, mentre a Parigi cinquanta Paesi discutevano il futuro della navigazione nello Stretto di Hormuz, l’Iran annunciava di riaprire il passaggio alle navi commerciali fino alla scadenza del cessate il fuoco, fissata al 21 aprile. Quattro giorni. Non di più. Un orizzonte temporale abbastanza stretto da non far festeggiare nessuno: il Brent ha perso il 10,65% chiudendo a 88,95 dollari al barile, un segnale che i mercati hanno registrato l’apertura senza abbassare la guardia.

Il vertice di Parigi: cinquanta Paesi, una missione ancora da costruire

A presiedere il summit all’Eliseo erano il presidente francese Emmanuel Macron e il premier britannico Keir Starmer. In presenza, oltre ai due, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il cancelliere tedesco Friedrich Merz. Complessivamente, hanno partecipato circa 50 Paesi e organizzazioni internazionali, in parte collegati da remoto, tra cui Cina, India e il presidente ucraino Volodymyr Zelensky.

Il piano elaborato dalla coalizione prevede una missione militare multinazionale a carattere esclusivamente difensivo, da attivare soltanto dopo la cessazione delle ostilità. L’iniziativa si articola in tre fasi: evacuazione delle navi bloccate, bonifica delle mine e pattugliamento con scorte militari. Macron ha precisato che la missione escluderebbe le parti belligeranti –  Stati Uniti, Israele e Iran – e non sarebbe sotto comando americano.

La premier Meloni, al termine della conferenza stampa all’Eliseo, ha dichiarato che l’Italia mette a disposizione proprie unità navali, subordinate all’autorizzazione parlamentare richiesta dalle norme costituzionali, definendo l’impegno “in linea con le missioni Aspides e Atalanta”.

Un’apertura significativa, che segue la logica delle missioni già operative nel Mar Rosso e nei corridoi marittimi strategici. Meloni ha inquadrato il tutto in un ragionamento più ampio: riaprire Hormuz non è solo una questione energetica, ma un prerequisito per qualsiasi uscita negoziale dal conflitto in Medio Oriente.

Il cancelliere Merz ha definito “auspicabile” la partecipazione degli Stati Uniti, confermando al contempo la disponibilità tedesca alla pianificazione militare. Ha specificato che un eventuale dispiegamento delle forze armate tedesche richiederebbe una risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Due le condizioni considerate irrinunciabili dall’Europa: che lo Stretto non sia minato e che non venga imposto alcun pedaggio al transito. Su quest’ultimo punto Starmer è stato diretto: lo Stretto deve essere riaperto e senza pedaggi, perché il mondo intero ha bisogno di una soluzione.

Cosa ha detto Trump e cosa ha fatto l’Iran

Sul fronte americano, la narrazione è rimasta fedele allo stile consolidato di Donald Trump: annunci lapidari, tono da vittoria e dettagli da verificare. Il presidente ha scritto sui social che l’Iran, con l’assistenza della Marina USA, aveva rimosso o stava rimuovendo tutte le mine dallo Stretto. Ha aggiunto che Teheran avrebbe accettato di non chiudere mai più Hormuz.

La realtà che emerge dalle fonti è più articolata. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha annunciato la riapertura dello Stretto a tutte le navi commerciali, ma soltanto fino alla scadenza del cessate il fuoco in corso, fissata al 21 aprile. Non un impegno permanente, dunque, ma una misura a tempo. La televisione di stato iraniana ha chiarito che per attraversare lo Stretto sarà necessario il via libera dei Pasdaran e che alle navi militari il transito non verrà concesso.

L’agenzia Tasnim, organo vicino alle Guardie della Rivoluzione, ha reso note le condizioni operative nel dettaglio: sono ammesse solo le navi commerciali, nessun cargo con collegamenti agli Stati Uniti o a Israele, le imbarcazioni devono seguire rotte designate dall’Iran e tutto il transito va coordinato con le autorità iraniane. Non è la libera navigazione che l’Europa chiedeva.

Sul fronte delle mine, il quadro è ulteriormente complicato. Il New York Times, citando funzionari statunitensi, ha riferito che l’Iran non è stato in grado di riaprire Hormuz a un traffico maggiore perché non riesce a localizzare tutte le mine che ha posato e non dispone della capacità per rimuoverle. Un dato che spiega perché, nonostante gli annunci, la situazione operativa resti precaria e che contraddice direttamente le dichiarazioni di Trump sulla rimozione completa.

La divergenza tra le due narrazioni è sostanziale su ogni punto: l’impegno permanente che Trump attribuisce all’Iran non è stato confermato da Teheran in nessuna sede ufficiale. La riapertura è condizionale, revocabile e legata alla durata di una tregua che scade tra quattro giorni.

La doppia asimmetria: Trump blocca i porti ma non lo Stretto

Uno degli aspetti meno commentati della giornata riguarda il fatto che gli Stati Uniti manterranno il blocco sui porti marittimi iraniani anche mentre lo Stretto risulta formalmente aperto al traffico commerciale. Lo ha dichiarato Trump stesso. Il che crea una situazione paradossale: le petroliere possono teoricamente transitare, ma quelle collegate a USA e Israele no, e gli impianti di estrazione e raffinazione in Iran – colpiti durante il conflitto – non sono operativi come prima.

Prima della guerra, il petrolio viaggiava poco sotto i 70 dollari al barile. Anche nel migliore degli scenari – cessate il fuoco stabile e Hormuz riaperto definitivamente – potrebbero volerci anni per tornare a quei livelli, a causa dei danni alle infrastrutture petrolifere dei Paesi del Golfo.

Oltre lo Stretto: la crisi che i siciliani già pagano

Tutto questo non è materia astratta. In Sicilia, l’88% dei beni alimentari viaggia su tir e il trasporto marittimo verso l’isola assorbe costi logistici direttamente legati al prezzo del carburante navale. Se il gasolio sale, salgono tutti i beni che viaggiano su gomma o su nave e quasi tutto ciò che arriva in Sicilia percorre uno o entrambi questi tragitti.

Le rotte di traghetto tra Sicilia e Calabria mostrano già i primi aumenti e Assarmatori e Confitarma hanno chiesto al governo un intervento diretto prima che i rincari si scarichino sui biglietti dell’alta stagione estiva. Un settore che per la Sicilia non è opzionale: è la sua connessione con il resto del Paese.

Le imprese agricole della provincia, fortemente dipendenti dal gasolio per i macchinari, vedono erodere i margini di redditività in misura che il credito d’imposta del 28% previsto dal governo per autotrasportatori e agricoltori – utilizzabile in compensazione entro il 31 dicembre 2026 – non riesce a compensare. Gli operatori del settore lo dicono senza giri di parole.

La condizione insulare della Sicilia moltiplica l’effetto di ogni rincaro energetico rispetto alle regioni peninsulari. Non per colpa propria, ma per la sua struttura geografica: ogni shock che arriva dal Golfo Persico arriva qui amplificato, senza ammortizzatori.

Cosa succede il 21 aprile?

Alla scadenza del cessate il fuoco in Libano, l’apertura temporanea annunciata dall’Iran decade automaticamente, a meno di un rinnovo. I negoziati tra Teheran e Washington proseguono su vari tavoli, ma le posizioni restano lontane. Oltre il 60% delle imbarcazioni usate dai Pasdaran per pattugliare lo Stretto è intatto e Teheran non ha intenzione di cedere la carta più importante a disposizione prima di ottenere garanzie concrete.

La missione europea deliberata a Parigi non partirà prima di una cessazione stabile delle ostilità. Starmer ha ribadito che l’accordo va verificato nella sua durabilità: servono certezze che sia durevole e funzionale, non solo annunci.