Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

Tutti i post

In Sicilia esiste un fenomeno che la scienza politica non ha ancora classificato, ma che gli elettori conoscono benissimo: l’eterno ritorno di Raffaele Lombardo.


Non è un revival.

Non è nostalgia.

È proprio una costante.


Come l’Etna: ogni tanto sembra placarsi, poi torna a farsi sentire, e tutti fingono sorpresa pur sapendo perfettamente che sarebbe successo.


Lombardo non riappare: riemerge. E ogni volta lo fa con l’aria di chi non è mai andato via davvero. Cambiano i governi, cambiano i partiti, cambiano perfino le parole d’ordine — ma lui no. O meglio: lui cambia tutto, tranne la sua posizione nel gioco.


Dalla Democrazia Cristiana all’Unione di Centro, fino alla creatura personale del Movimento per l’Autonomia, Lombardo ha attraversato la politica italiana come certi professionisti attraversano le stanze: senza mai restare fuori dalla porta giusta. E quando la porta non c’era, l’ha fatta costruire.


Oggi lo si ritrova, con impeccabile puntualità, nell’orbita del governatore Renato Schifani e in dialogo sempre più stretto con Forza Italia. Un avvicinamento che qualcuno chiama evoluzione, altri pragmatismo. In Sicilia, più semplicemente, si chiama continuità.


Perché Lombardo ha capito una cosa che molti fingono di ignorare: non serve vincere per contare. Serve essere necessari.


E lui lo è sempre.


L’autonomia, per esempio. Quante volte è stata evocata, declamata, rivendicata. Ma nelle sue mani non è mai diventata un punto di rottura: piuttosto un punto di appoggio. Una parola elastica, capace di adattarsi a ogni stagione politica senza mai spezzarsi. O, se si preferisce, senza mai incidere davvero.


Non è una colpa ideologica.

È una strategia.


Anche nelle vicende più recenti — dai dossier sulle partecipate regionali fino alle tensioni sull’AST — il copione non cambia: presenza, pressione, centralità. Lombardo non guida necessariamente la scena, ma si assicura di essere sempre nel punto esatto in cui la scena passa.


È un’arte, va riconosciuto.

Ma è anche un limite.


Perché una politica che premia chi resta più di chi cambia finisce per non cambiare mai. E una terra che scambia l’abilità di adattarsi per capacità di trasformare resta ferma, anche quando sembra muoversi.


Sul piano giudiziario, la sua posizione è chiusa: assoluzione definitiva nel 2023 dalle accuse più gravi. Fine della questione nelle aule. Ma fuori dalle aule resta aperta un’altra domanda, meno giuridica e più politica: che tipo di classe dirigente produce un sistema in cui le stesse figure tornano sempre, comunque, inevitabilmente?


Lombardo, in fondo, è la risposta.


Non l’unica, ma la più evidente.


Non perché sia il peggiore.

Ma perché è il più rappresentativo.


Rappresenta una Sicilia che ha imparato a galleggiare invece che a scegliere. Che preferisce trattare piuttosto che rompere. Che si affida a chi conosce il potere, anche quando quel potere non cambia mai davvero forma.


E così, mentre tutto sembra muoversi, tutto resta esattamente dov’era.


Compreso Lombardo.

Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.