Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
L’Europa ha un brutto vizio, quello di svegliarsi solo quando suona l’allarme. E siccome gli allarmi, negli ultimi anni, non sono mancati, a Ursula von der Leyen è toccato il mestiere ingrato del pompiere permanente. Spegne incendi, ma non costruisce case ignifughe.
Il punto, che l’ultimo rapporto (“Florence Report”) mette nero su bianco, è semplice e scomodo: l’Europa ha vissuto per decenni sotto una polizza assicurativa che non pagava. La pagavano gli americani. Difesa, stabilità finanziaria, ordine commerciale: tutto garantito da Washington. Era una comodità scambiata per virtù. Poi è arrivato Donald Trump a comunicare che la copertura è scaduta. Senza rinnovo.
Da quel momento, il vecchio continente ha scoperto di essere nudo. E, come spesso accade ai nudi sorpresi, ha reagito coprendosi con quello che trovava: misure emergenziali, decreti tampone, soluzioni provvisorie spacciate per strategia. Il problema è che l’emergenza, quando diventa metodo, è già una resa.
Per anni l’Unione ha retto su due gambe: mercato unico ed euro. La terza – quella della sicurezza e della proiezione esterna – era americana. Era un tavolo zoppo che non cadeva solo perché qualcuno da fuori lo sorreggeva. Ora quella mano si è ritirata. E il tavolo traballa.
Oggi quella terza gamba bisogna costruirla. Ma costruirla davvero, non evocarla nei comunicati. Difesa comune, capacità industriale, autonomia tecnologica: parole che a Bruxelles circolano da anni come buoni propositi di Capodanno, puntualmente dimenticati a febbraio.
Il nodo è politico, prima che economico. L’Europa non è mai diventata adulta perché non ha mai voluto pagare il prezzo dell’età adulta: condividere davvero sovranità e rischi. Si è cullata nel “modello della responsabilità ridotta”: benefici senza oneri, integrazione senza sacrifici. Un capolavoro di equilibrismo, finché il vento era favorevole.
Adesso il vento è cambiato. Guerre, energia, frammentazione globale: il mondo non è più un ombrello, è una tempesta. E in una tempesta non basta correre a chiudere le finestre: serve una casa solida.
Il rapporto “Florence” propone, con una certa ostinazione accademica, un “Nuovo Contratto Sociale Europeo”. Non tra cittadini e governi, ma tra Stati. Tradotto: meno ipocrisia e più mutualizzazione. Un’assicurazione vera, pagata da tutti, utilizzabile da chi ne ha bisogno. Un debito comune che non sia l’eccezione di una pandemia, ma la regola di un sistema.
Qui entra in scena il solito sospetto: la Germania. Restia a condividere rischi, gelosa dei propri conti, convinta di poter restare al riparo. Ma è un’illusione contabile. In un mondo instabile, il più esposto è proprio chi esporta di più e dipende di più dall’esterno. Berlino lo scoprirà, se non lo ha già scoperto.
Il filosofo Jürgen Habermas parlava di passare dalla solidarietà caritatevole a quella contrattuale. Meno elemosina, più assicurazione. È un cambio di mentalità che l’Europa rimanda da trent’anni.
Intanto si susseguono i vertici, le dichiarazioni, i pacchetti d’urgenza. Si discute del prezzo del gas mentre manca il progetto politico. Si rincorre l’oggi per non decidere sul domani.
Il rischio non è la crisi. L’Europa è nata dalle crisi. Il rischio è l’abitudine alla crisi, che diventa alibi per non scegliere.
La terza gamba del tavolo non si costruisce nei comunicati finali né nei vertici informali. Si costruisce con decisioni impopolari, con cessioni di sovranità reali, con la consapevolezza che senza un’assicurazione comune, ognuno pagherà da solo – e molto di più.
Il tempo delle polizze gratuite è finito. Ora bisogna decidere se l’Europa vuole essere un condominio litigioso o una casa con fondamenta condivise. Perché i temporali, a giudicare dal cielo, non sono affatto passati.
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