“Abbiamo il controllo totale dello Stretto di Hormuz. Nessuna nave può entrare o uscire senza l’approvazione della Marina degli Stati Uniti. È chiuso ermeticamente, fino a quando l’Iran non sarà in grado di concludere un accordo”. Donald Trump lo ha scritto su Truth Social oggi, 23 aprile. Nella stessa giornata il CENTCOM ha ordinato a 31 navi di invertire la rotta o di rientrare in porto. Mentre Trump scriveva, Gran Bretagna e Francia si sono riuniti in un incontro militare dedicato proprio a Hormuz e hanno rilasciato una dichiarazione congiunta: sono “fiduciose” che si possano compiere “progressi concreti” per la riapertura dello Stretto.

La dichiarazione di Trump e cosa fa davvero il CENTCOM

L’affermazione presidenziale è netta nel registro, ma la sua traduzione operativa merita precisione. Il blocco del CENTCOM riguarda tutto il traffico marittimo in entrata o in uscita dai porti iraniani: il passaggio verso porti non iraniani resta formalmente consentito. Trump parla di controllo totale dello Stretto; il Comando centrale parla di blocco sui porti iraniani. La differenza non è irrilevante sul piano del diritto internazionale, ma sul piano dei flussi commerciali l’effetto è comunque devastante.

Il traffico di petroliere è diminuito di circa il 70% ed è poi sceso a praticamente zero nel giro di pochi giorni, con circa 2.000 navi e 20.000 marinai bloccati attorno al punto di strozzatura, che trasportano quasi 21 miliardi di litri di petrolio. La condizione posta da Trump per la riapertura è esplicita: i controlli della Marina degli Stati Uniti rimarranno in vigore “finché il nostro accordo con l’iran non sarà completamente concluso al 100%”.

Quel punto, al momento, non è stato raggiunto.

Londra e Parigi: il vertice militare e la nota congiunta

Mentre Washington gestisce il blocco operativo, quindi, Londra e Parigi hanno scelto la strada del coordinamento multilaterale. Nella giornata di oggi i due Paesi hanno ospitato un incontro a livello militare su Hormuz. La dichiarazione congiunta dei ministri della Difesa è formulata in modo deliberatamente calibrato: “Trasformare lo slancio diplomatico in azioni concrete richiede una pianificazione accurata, un dialogo franco e impegni fermi da parte delle nazioni alleate e partner. Siamo fiduciosi che si possano compiere progressi concreti”.

Non è un annuncio di missione. È la descrizione di un processo in costruzione, con tre condizioni esplicite: pianificazione accurata, dialogo franco e impegni fermi. Tre parametri che, nel lessico diplomatico, segnalano che nulla è ancora definito ma che le premesse ci sono.

Il contesto in cui si inserisce questo incontro non è casuale. Il presidente francese Emmanuel Macron aveva già promesso nei giorni precedenti che, insieme al Regno Unito, avrebbe organizzato una conferenza con i Paesi disposti a contribuire a “una missione multinazionale pacifica volta a ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz”. L’incontro del 23 aprile è il primo passaggio operativo di quella promessa.

Il problema che nessun accordo risolve da solo: le mine

Anche ammettendo che i negoziati tra Washington e Teheran producano un accordo, e che il blocco navale venga revocato, Hormuz non si riapre automaticamente. Il Pentagono ha comunicato al Congresso, in un briefing riservato riportato dal Washington Post, che sminare le acque dello Stretto potrebbe richiedere sei mesi, e che l’operazione non può cominciare finché le ostilità sono in corso. Il commissario europeo per l’energia Dan Jørgensen ha avvertito che “anche lo scenario migliore è uno scenario piuttosto brutto per il prossimo mese” e che gli effetti si faranno sentire “per anni”.

È in questo quadro che si inserisce il ruolo pianificato della Marina italiana. Il capo di Stato maggiore, ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, ha confermato che l’Italia ha pianificato quattro navi per le operazioni di sminamento: due cacciamine, un’unità di scorta e una nave logistica di appoggio. La missione sarà congiunta con Francia, Regno Unito, Paesi Bassi e Belgio, gli stessi Paesi che il 23 aprile si sono seduti al tavolo militare su Hormuz. Il vincolo resta invariato: l’intervento è possibile solo in condizioni di sicurezza e a ostilità concluse.

Il ministro degli Esteri Antonio Tajani, nel question time al Senato del 23 aprile, ha ribadito che l’Italia è pronta a partecipare a un’operazione a Hormuz “con un’ampia coalizione di partner europei e internazionali”, subordinandola a una “tregua stabile”. Ha ricordato anche che Roma guida già le missioni navali europee nel Mar Rosso, nell’Oceano Indiano e nel Mediterraneo.