Un funzionario della Casa Bianca ha fatto una mossa che mescola calcio e diplomazia internazionale: ieri, 22 aprile, Paolo Zampolli – inviato speciale del presidente degli Stati Uniti per le partnership globali – ha dichiarato al Financial Times di aver proposto sia a Donald Trump sia al presidente FIFA Gianni Infantino di far giocare l’Italia al posto dell’Iran nei Mondiali 2026, in programma dall’11 giugno tra Stati Uniti, Messico e Canada. La squadra azzurra non si è qualificata sul campo per la terza volta consecutiva, eliminata dalla Bosnia ed Erzegovina. Ma la crisi diplomatica tra Washington e Teheran ha aperto uno spazio che, fino a poche settimane fa, non sembrava realistico considerare.
Cosa ha detto Zampolli e perché conta
Zampolli non è un semplice entusiasta con un canale diretto ai piani alti. È il rappresentante ufficiale del presidente degli Stati Uniti in Italia per le partnership globali. Che una figura di quel profilo si esprima pubblicamente – e per nome – su una questione FIFA non è routine. La dichiarazione al Financial Times è netta: “Confermo di aver suggerito a Trump e Infantino di sostituire l’Iran con l’Italia ai Mondiali. Sarebbe un sogno vedere gli Azzurri ai Mondiali negli Stati Uniti. Con quattro titoli, gli Azzurri hanno il pedigree per giustificare l’inclusione”. Lo stesso giornale, citando alcune fonti, inquadra la proposta anche come un tentativo di riparare i rapporti tra Trump e la premier italiana Giorgia Meloni, incrinatisi in seguito agli attacchi del presidente americano al Papa in merito alla guerra con l’Iran. Elemento politico che la FIFA – almeno ufficialmente – tende a ignorare quando si esprime sulle qualificazioni.
La FIFA non ha commentato la proposta e non ha mai messo formalmente in discussione la partecipazione dell’Iran. uesto non significa che il quadro sia immobile.
Il nodo Iran: cosa sta succedendo davvero
La posizione di Teheran è frammentata e, per questo, difficile da leggere dall’esterno. Da un lato c’è la federazione calcistica iraniana, che ha sempre ribadito la volontà di partecipare. Dall’altro c’è il governo, il cui peso nella decisione finale è determinante. Il ministro dello Sport iraniano Ahmad Donyamali ha dichiarato all’agenzia Anadolu che la richiesta di spostare le partite dell’Iran in Messico – e non a Los Angeles e Seattle come previsto dal calendario – è “ancora valida” ma non ha ancora ricevuto risposta dalla FIFA. Ha aggiunto che “la decisione finale spetterà al nostro governo” e che le dichiarazioni di Trump sulla situazione sono state percepite come “molto contraddittorie e incoerenti”.
Un mese fa sembrava che il dossier si stesse chiudendo. Poi è arrivato Zampolli. La finestra si è riaperta, almeno mediaticamente.
Il Regolamento 6.7 FIFA: la clausola che decide tutto
Qualunque scenari si realizzi, la chiave formale è una sola. Come ha ricordato Evelina Christilin, ex membro aggiuntivo della UEFA nel Consiglio FIFA, intervenuta su Rai Radio 1, secondo il regolamento 6.7 “il Consiglio FIFA può decidere” chi sostituisce una nazionale che rinuncia o viene esclusa. Non esiste automatismo. Non esiste diritto acquisito. Il Consiglio può scegliere la prima nazionale esclusa nella fase di qualificazione della stessa confederazione – in questo caso l’Asia – oppure optare per una soluzione diversa, incluso un super-playoff intercontinentale.
Secondo alcune fonti, la FIFA avrebbe anche valutato l’idea di un super playoff intercontinentale a quattro squadre per individuare la nazionale destinata a sostituire l’Iran. Un’ipotesi che, se confermata, coinvolgerebbe probabilmente la prima delle squadre asiatiche non qualificate – che si tratta degli Emirati Arabi Uniti è una delle ricostruzioni circolate – insieme ad altre nazionali rimaste fuori. L’Italia potrebbe rientrare in quel quadro solo se la FIFA decidesse di allargare il perimetro geografico dello spareggio.
Christilin, pur esprimendo qualche speranza, ha fissato i margini reali: “Vedo abbastanza difficile la partecipazione dell’Iran al Mondiale. Manca un mese e mezzo all’inizio del Mondiale, veramente difficile immaginare la loro partecipazione, anche se io me lo auguro”.
Il fattore Trump-Infantino: un rapporto fuori dagli schemi ordinari
Questo è il punto che distingue la proposta di Zampolli da un semplice comunicato di tifosi influenti. Infantino e Trump sono legati da un rapporto estremamente solido: il presidente della FIFA è una presenza abituale alla Casa Bianca, ha consegnato a Trump il “premio FIFA per la pace” nella cerimonia del sorteggio dei Mondiali e ha trovato posto nella cerimonia che ha segnato il debutto del Board of Peace creato da Trump per Gaza. I Mondiali 2026 sono nell’agenda politica di Trump al pari delle Olimpiadi di Los Angeles 2028. Il “soccer” – sport storicamente ai margini della cultura sportiva americana – sta acquisendo spazio e la Casa Bianca è consapevole del palcoscenico che la World Cup rappresenta. Una nazionale come l’Italia, con quattro titoli mondiali, avrebbe un impatto mediatico e commerciale rilevante, soprattutto sul pubblico italoamericano.
Tutto ciò non equivale a una garanzia. Ma spiega perché la proposta di Zampolli non è semplicemente evaporata nel ciclo delle notizie di un giorno.
Cosa manca ancora: i nodi da sciogliere entro maggio
Il Mondiale inizia l’11 giugno 2026 a Città del Messico. Le settimane che separano da quella data sono pochissime per una decisione della portata di un ripescaggio. La FIFA dovrebbe:
- ricevere una comunicazione ufficiale di rinuncia dall’Iran (che ad oggi non è arrivata);
- riunire il Consiglio FIFA per attivare il Regolamento 6.7;
- decidere il meccanismo di sostituzione (diretta o playoff);
- notificare la federazione coinvolta e organizzare le partite, nel caso di spareggio.
Ognuno di questi passaggi richiede settimane. Il margine si sta assottigliando. Le speranze si affievoliscono: il presidente della FIFA Gianni Infantino ha confermato la volontà di non intaccare il girone G della competizione. L’Italia, per la terza volta consecutiva, guarda i Mondiali da casa. Almeno per ora.






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