Qualcosa si sta muovendo nelle profondità del Pacifico equatoriale. Una grande massa di acqua calda sta avanzando verso est, riorganizzando le correnti in superficie e modificando le previsioni dei centri climatici di tutto il mondo. Il risultato è che, per la prima volta in modo così netto da quasi un decennio, i modelli meteorologici convergono su uno stesso scenario: entro l’estate del 2026, con una probabilità stimata dalla NOAA al 62%, potrebbe svilupparsi un El Niño. Non necessariamente quello ordinario che si ripete ogni quattro anni circa, ma qualcosa di più raro: quello che i climatologi chiamano “Super El Niño“. Un evento del genere si è verificato solo cinque volte dal 1950. L’ultimo è stato nel 2015-2016.

Cos’è El Niño e cosa lo rende “super”

El Niño è la fase calda di un ciclo climatico che si ripete nel Pacifico tropicale, noto con la sigla ENSO — El Niño-Southern Oscillation. In condizioni normali, i venti alisei spingono le acque calde dell’oceano verso ovest, verso Asia e Australia. Quando quei venti si indeboliscono, l’acqua calda scivolate verso est, in direzione delle coste del Sud America. Il Pacifico orientale si scalda e l’atmosfera risponde: cambiano le precipitazioni, i venti e le temperature su scala globale.

Un El Niño ordinario modifica già le statistiche del clima in buona parte del mondo. Uno “super” lo fa in modo molto più marcato. La soglia tecnica che i climatologi usano per misurare l’intensità è la temperatura nella zona di monitoraggio chiamata Niño 3.4, il tratto centrale del Pacifico equatoriale. Nell’evento del 1997-98 – quello considerato il più intenso della storia recente –  la temperatura in quella zona raggiunse circa 2,7°C sopra la media. Nel 2015-16 si arrivò a circa 2°C. Quando si supera quella soglia, gli effetti si moltiplicano in modo non lineare.

L’ECMWF, il Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine, ha pubblicato ad aprile 2026 modelli che mostrano uno spettro che va da un riscaldamento debole fino a circa 3,3°C sopra la media nella zona di monitoraggio. È quella forbice ampia – che ancora non si chiude –  a spiegare perché i meteorologi usino parole come “probabilità” e “chance” invece di certezze.

Super Niño

Super Niño

Perché il segnale del 2026 è diverso dagli altri anni

Il cambiamento più rilevante non è nel numero in sé –  62% non è una certezza –  ma nella velocità con cui è cambiato. Secondo il climatologo Zeke Hausfather, che ha analizzato gli output di tredici modelli previsionali diversi, la svolta è avvenuta in poche settimane: “Tutti, o quasi tutti, mostrano un’alta probabilità di un El Niño forte in sviluppo nella seconda metà dell’anno. Un cambiamento piuttosto grande rispetto a quello che vedevamo un mese fa”.

A guidare questa accelerazione è un segnale fisico preciso: una massa di calore subsuperficiale che avanza verso est nell’oceano Pacifico. Questo tipo di struttura –  che i fisici oceanici chiamano “onda di Kelvin” –  non è ancora visibile in superficie, ma spinge verso il basso il confine tra acque calde e fredde, impedendo alle acque profonde e fredde di salire. Il risultato è che il Pacifico orientale si scalda dal basso, prima ancora che le temperature di superficie lo registrino.

Questo è esattamente quello che i modelli previsionali stavano cercando. E quando lo trovano, le previsioni si aggiornano rapidamente verso scenari più intensi.

Il problema della “primavera imprevedibile”

C’è però un elemento di cautela che gli stessi scienziati sottolineano con costanza. In climatologia esiste quello che viene chiamato “spring predictability barrier“, ovvero la barriera della prevedibilità primaverile. Ogni anno, tra marzo e maggio, l’oceano e l’atmosfera allentano temporaneamente la loro connessione, rendendo questo il periodo meno affidabile per prevedere El Niño. I modelli in primavera possono deviare significativamente da ciò che accadrà davvero.

È capitato anche in anni recenti: un segnale forte in aprile che si è poi dissolto senza dar luogo all’evento atteso. L’ECMWF mantiene per questo una banda di incertezza ampia nelle previsioni di aprile, e il NOAA lascia ancora aperta –  con una probabilità su quattro –  la possibilità di un evento molto forte. Non è certezza, ma è un segnale che va monitorato.

Cosa significa per il clima globale

Quando arriva un El Niño forte, il calore immagazzinato nell’oceano viene rilasciato nell’atmosfera, e le temperature globali aumentano. Il Carbon Brief, sulla base di dati di cinque diversi gruppi di ricerca, stima che il 2026 si chiuderà come secondo anno più caldo della storia. Se El Niño dovesse diventare davvero “super,” il 2027 potrebbe invece battere il record assoluto, già detenuto dal 2024.

Gli effetti geografici di un El Niño forte seguono uno schema abbastanza consolidato, anche se non perfettamente ripetibile. Australia, Indonesia e Sudafrica rischiano siccità severe e un aumento del rischio incendi. L’India centrale e settentrionale rischia una riduzione drastica delle piogge monsoniche. Perù, Ecuador e Africa orientale sarebbero invece esposti ad alluvioni con precipitazioni estreme. Negli Stati Uniti, storicamente, il jet stream si piega verso sud, portando inverni più umidi nel Sud e più secchi nel Nordovest.

L’Italia e il Mediterraneo: effetti reali e sovrastimati

La relazione tra El Niño e il clima europeo è più complessa e meno diretta rispetto ad altre aree del pianeta. Quando si guarda all’Europa, il segnale che arriva dal Pacifico tende ad attenuarsi e viene “filtrato” da una catena di interazioni atmosferiche: non esiste una relazione diretta e affidabile tra la presenza o l’intensità di El Niño e un’estate calda nel Mediterraneo. Gli eventuali effetti sono indiretti, variabili e spesso secondari rispetto ad altri fattori, come la disposizione delle figure di alta e bassa pressione tra Europa, Atlantico e Nord Africa.

Va detto con chiarezza: l’effetto dell’eventuale El Niño per l’Italia e in genere per il Mediterraneo sulla prossima estate sarebbe, in ogni caso, marginale. Gli annunci di estate rovente causati direttamente da El Niño non sono fondati sul piano climatologico.

Detto questo, il quadro non è neutro. Un Super El Niño tende storicamente a spingere nei mesi estivi l’Anticiclone Subtropicale Africano molto più a nord del normale, favorendo condizioni più stabili e ondate di calore anomale anche sul bacino del Mediterraneo. Non è una causalità diretta, ma una correlazione storica. Combinata con il riscaldamento già in corso –  gli ultimi dieci anni sono stati i più caldi mai registrati –  quella spinta in più pesa di più di quanto avrebbe pesato vent’anni fa.

A livello globale, un El Niño moderato o forte potrebbe contribuire a nuovi record termici nel 2027. Per l’Italia gli effetti sarebbero meno estremi rispetto ad altre aree del pianeta, ma la fragilità del bacino mediterraneo rende ogni anomalia potenzialmente significativa.

Un fenomeno antico in un clima che non è più lo stesso

El Niño esiste da millenni. Quello che è cambiato è il contesto in cui si manifesta. Un El Niño forte, combinato con le temperature in aumento dovute al cambiamento climatico, potrebbe stabilire nuovi record per l’anno più caldo nel 2026 o nel 2027. Il fenomeno non è più solo un ciclo naturale di variabilità oceanica: si inserisce in un sistema già surriscaldato, in cui ogni anomalia positiva ha un effetto amplificato.

Uno studio del dicembre 2025 ha rilevato che un anno di super El Niño può innescare “climate regime shifts“, ovvero cambiamenti improvvisi e persistenti nel sistema climatico che pongono minacce serie agli ecosistemi e al benessere umano, e che un mondo più caldo li renderebbe più frequenti.

I prossimi mesi diranno se il segnale attuale si confermerà o si dissiperà nella barriera imprevedibile della primavera. Ma intanto, i tredici modelli analizzati da Hausfather puntano nella stessa direzione. E i climatologi, per la prima volta da anni, non stanno trattando la cosa come un’ipotesi remota.