C’è una Palermo che continua a vivere, lavorare, sorridere e resistere. Ma c’è anche un’altra Palermo, quella che ogni giorno fa i conti con una paura sempre più presente, sempre più concreta, sempre più normale. Ed è forse proprio questa la cosa più grave: l’abitudine.

Negli ultimi giorni la cronaca ha raccontato episodi che fino a qualche anno fa avrebbero scosso profondamente l’opinione pubblica.

Oggi invece sembrano scorrere via rapidamente, come se la città si stesse lentamente anestetizzando davanti alla violenza.

L’agguato di via Montalbo è uno di quei fatti che dovrebbe fare riflettere tutti. Spari in strada, in mezzo alla gente, in pieno giorno. Una donna ferita e un bambino di appena un anno che ha rischiato di essere colpito da un proiettile vagante. Bastava pochissimo perché Palermo piangesse l’ennesima tragedia innocente. Scene che ricordano contesti di guerra urbana, non certo una normale città europea.

E non è un episodio isolato.

A Sferracavallo si torna a parlare di armi pesanti, di mitra, di intimidazioni e criminalità sempre più spavalda. La sensazione è che qualcuno ormai si senta padrone del territorio, senza più timore dello Stato, delle forze dell’ordine o della reazione collettiva.

Poi c’è la rapina nella farmacia di Mondello, avvenuta in piazza, davanti alla vita quotidiana della gente comune. Un uomo armato di coltello entra, minaccia, terrorizza. Ma il dettaglio che colpisce ancora di più è la rabbia scaricata contro un’anziana signora, colpevole soltanto di avere difficoltà con una cassa automatica. Una scena che racconta non solo la criminalità, ma anche un impoverimento umano e sociale sempre più evidente.

E allora la domanda diventa inevitabile: cosa sta succedendo davvero a Palermo?

C’è chi parla di fame, di povertà crescente, di quartieri lasciati soli, di giovani senza prospettive.
C’è chi punta il dito contro la droga, ormai diffusissima e capace di distruggere intere generazioni. Palermo vive da anni una realtà in cui crack, cocaina e dipendenze stanno divorando pezzi di società, soprattutto tra i più giovani. Ragazzi senza lavoro, senza riferimenti, senza futuro, che cercano scorciatoie nella criminalità o nello sballo.

Ma c’è anche un altro elemento inquietante: la voglia di onnipotenza.

Quella mentalità fatta di arroganza, violenza, sopraffazione, bisogno di comandare e di imporsi con la paura. Una cultura tossica che sembra diffondersi sempre di più e che trasforma le strade in luoghi dove vince chi urla di più, chi minaccia di più, chi fa più paura.

Nel frattempo i cittadini cambiano le proprie abitudini.
C’è chi evita alcune zone della città.
Chi preferisce non uscire la sera.
Chi guarda continuamente dietro di sé mentre torna a casa.
Commercianti che lavorano con l’ansia.
Famiglie che vivono con il timore costante che possa succedere qualcosa ai propri figli.

E il problema è che tutto questo avviene spesso nel silenzio generale.

Molti subiscono e basta. Per paura. Per rassegnazione. Perché ormai pensano che sia inutile indignarsi.

Ma una città non può vivere così.
Palermo non può diventare un luogo dove spari, coltelli, rapine e aggressioni fanno parte della normalità quotidiana. Non può esistere una società che si abitua al degrado fino al punto da considerarlo inevitabile.

Servono controlli, certamente. Servono sicurezza, presenza dello Stato, interventi seri contro criminalità e spaccio. Ma serve anche altro: recuperare il tessuto sociale, dare opportunità ai giovani, investire nei quartieri dimenticati, restituire fiducia a chi oggi si sente abbandonato.

Perché dietro ogni episodio di violenza non c’è soltanto la cronaca nera.

C’è il termometro di una città che sta male.E ignorare questo malessere rischia di renderlo ancora più pericoloso.

Palermo merita di più della paura.
Merita di tornare a sentirsi libera.