Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Occorre diffidare degli Stati che pretendono di avere sempre avuto ragione. E la Russia contemporanea appartiene a questa categoria: un Paese che ha trasformato la storia in una parata militare e il passato in un ufficio propaganda.
Il 9 maggio, a Mosca, non si commemorano i morti. Si mobilitano. I caduti vengono riesumati ogni anno come riserva morale del regime. Non si chiede loro di riposare in pace, ma di continuare a marciare.
Eppure basterebbe un manuale di storia — non dico un archivio segreto del Cremlino, basta un manuale — per ricordare che la Seconda guerra mondiale la Russia sovietica non la iniziò contro Hitler, ma accanto a Hitler.
Nel settembre del 1939, Stalin e il Führer si comportarono da compari di frontiera: uno prese una metà della Polonia, l’altro il resto. Poi Mosca, forte dell’intesa col Terzo Reich, si allargò sui Baltici, aggredì la Finlandia, mise le mani sulla Romania. Altro che argine al nazismo: per due anni l’URSS fu il suo socio d’affari.
L’alleanza finì nel modo in cui finiscono quasi tutte le alleanze fra banditi: quando uno dei due tenta di sgozzare l’altro. Hitler invase l’Unione Sovietica e Stalin, da complice, si ritrovò martire. Ma non per conversione morale. Nessuno al Cremlino si svegliò dicendo: “Mio Dio, siamo stati alleati coi nazisti”. Semplicemente, il coltello era cambiato di mano.
Naturalmente i sovietici combatterono con eroismo. Sarebbe idiota negarlo. Il soldato russo possiede una virtù che il suo Stato sfrutta da secoli: la capacità di sopportare l’insopportabile. Ma il coraggio dei popoli non assolve sempre i loro governi.
L’URSS vinse anche grazie agli americani, che i propagandisti sovietici descrivevano come grassi mercanti decadenti mentre spedivano locomotive, camion, acciaio, carburante, viveri e macchinari senza i quali l’Armata Rossa avrebbe avuto molte più difficoltà perfino a spostarsi. Stalin lo sapeva benissimo. I suoi storici di corte un po’ meno.
Quanto al sacrificio umano, bisogna stare attenti a non confondere il martirio con la grandezza politica. Se un generale perde milioni di uomini perché li manda all’assalto come mandrie, non diventa Napoleone: resta un macellaio con le mostrine. L’Armata Rossa spesso vinse così: per esaurimento biologico del nemico. Gettando uomini dove altri eserciti avrebbero usato tecnica.
E arriviamo al punto essenziale, quello che la retorica del Cremlino evita accuratamente: che cosa nacque da quella vittoria?
Nacque un impero. Alla svastica succedette la stella rossa. Berlino Est, Budapest, Praga, Varsavia: ogni volta che un popolo dell’Europa orientale tentava di alzare la testa, arrivavano i carri armati sovietici a ricordargli il significato della parola “liberazione”.
Per questo il 9 maggio è una festa falsa. Non perché il nazismo non dovesse essere distrutto — era necessario distruggerlo — ma perché chi lo distrusse a Est non portò libertà: portò un’altra prigione.
Se davvero la Russia volesse riconciliarsi con la propria storia, dovrebbe fare un gesto infinitamente più nobile che sfilare coi missili sulla Piazza Rossa.
Dovrebbe, il 9 maggio 2026, ritirarsi dall’Ucraina entro i confini riconosciuti dal diritto internazionale — e persino dalla Cina, che di certo non è un covo di romantici occidentalisti — e pagare i danni della guerra che ha provocato.
Poi dovrebbe abolire la festa del 9 maggio e sostituirla con un’altra data: il 26 dicembre 1991.
Il giorno in cui morì l’Unione Sovietica.
Che non fu una tragedia della storia russa, ma la sua liberazione.
Questo contenuto è stato disposto da un utente della community di BlogSicilia, collaboratore, ufficio stampa, giornalista, editor o lettore del nostro giornale. Il responsabile della pubblicazione è esclusivamente il suo autore. Se hai richieste di approfondimento o di rettifica ed ogni altra osservazione su questo contenuto non esitare a contattare la redazione o il nostro community manager.


Commenta con Facebook