Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Nel 1392 a Palermo tre detenuti condannati a morte per intercessione della Madonna a cui rivolsero le loro preci furono liberati dalle catene. Da questo miracolo leggendario nasce il culto mariano, molto diffuso tra Sicilia e Calabria, ed i nomi Catena e Cateno. Rivolgersi a Cateno De Luca può liberare il centrosinistra dalle catene delle fin qua sconfitte?
Negli ultimi anni il centrosinistra ha via via perso la Regione
due volte, dopo l’unica e “storica” vittoria di Rosario Crocetta, e le tre città
metropolitane, Palermo, Catania e Messina. Le quali prima erano governate da giunte
di segno diverso. Il PD, ma non solo, è molto
spaccato sull’ipotesi di collegarsi a Cateno De Luca, lo considera troppo scaltro
e pericoloso, soprattutto troppo autonomo. Cioè fa da sé, in un rapporto non intermediato
con il territorio. Vorremmo ricordare agli attuali esponenti del centrosinistra
che pure Leoluca Orlando, Enzo Bianco, e per ultimo il sindaco scalzo e senza cravatta
Renato Accorinti erano più che autonomi e disintermediavano il rapporto con i cittadini
elettori, ognuno con il super stile personale. C’è una diffidenza nelle classi dirigenti
del centrosinistra, il centrodestra non si pone nemmeno il problema rifiutandolo
a priori, per coloro che hanno autonomia di pensiero e di azione. Così è stato per
l’altro De Luca, il salernitano, o per Emiliano prima sindaco e poi presidente in
Puglia. Ma senza queste caratteristiche di popolarismo/populismo, difficilmente
avrebbero prevalso sul centrodestra, molto più incline a sostanzializzare accordi
di sistema politico e potere, soprattutto al Sud. E se allontanandoci dalle tre
città metropolitane guardiamo alle altre città vediamo che il civismo più che la
politica tradizionale ha vinto nell’isola. Caso eclatante è la città di Siracusa,
autonoma per tremila anni e passa di storia, in cui Francesco Italia si è candidato
civicamente due volte, e per due volte “remuntando” ha vinto contro centrodestra
e centrosinistra. Una cosa è avere una visione, peraltro non omogenea su dinamiche
nazionali, in cui si vota senza preferenze, con i deputati chiamati a fedeltà del
segretario di partito di turno che li candida, altre e calarsi sui territori, con tutte le sue diversità e sfaccettature, con
sensibilità differenti e a volte contraddittorie, in cui dei personaggi ad alta
versatilità e autoreferenzialità locale hanno forte presa sull’elettorato. Ma la
forza dei partiti, di livello nazionale, non dovrebbe essere quella di imporre uomini,
dirigenti e consorterie a livello locale,
ma invece idee e risorse di cambiamento verificabili dai cittadini. Dire energia
green, ma non facendo notare il differenziale in bolletta ai tartassati siciliani
è sterile politicamente, per fare un esempio. Cateno De Luca sta facendo 15 liste
per il Comune di Messina al voto, e si grida alla emergenza democratica, ma nessuno
obbliga per legge o per intimidazione mafiosa le persone a candidarsi. La verità
è che gli altri schieramenti non hanno la fila di persone disposte a scommettersi
al voto, Cateno si. E non pesca solo nelle borgate, quelle sempre accusate di voto
di scambio, ma anche nella città borghese e professionale. Non si sa come finirà, anche se qualche calcolo si può fare, ma è indubbio
che se vince a Messina governerà la terza città dell’isola, e per trascinamento
la città metropolitana, ex provincia. Pertanto inevitabilmente diventerebbe ago
della bilancia, soprattutto in un contesto di sempre minori votanti, per le regionali.
L’altra volta arrivò secondo, senza coalizionarsi, temerariamente, con nessuno.
La prossima volta potrebbe decidere chi vince e chi perde le elezioni regionali,
e questo è un quadro difficilmente eludibile. Di fatto Messina potrebbe essere considerata
come una specie di Catalogna in proporzione regionale. E ricordiamo agli esponenti
della sinistra italiana, e dei progressisti in genere, adoranti il premier spagnolo
Pedro Sanchez, che costui senza i fumantini e ben più autonomi indipendentisti catalani
non governerebbe la Spagna. Si chiama politica, a qualunque latitudine. Il PD andò
al governo della Sicilia addirittura candidando un molto più autonomo, e poco controllabile,
di De Luca, Rosario Crocetta. Uno che a notte fonda, fregandosene delle leggi nazionali
e di Palazzo Chigi, facendo un accordo antesignano con Cancelleri abolì le province.
E fu l’unica volta dal 1947 che partecipò direttamente al governo dell’isola. Certo
si possono fare scelte più dure e pure, e condannarsi, soprattutto in Sicilia, che
non ama i perdenti a tavolino, alla più o meno onorevole sconfitta. Ma dopo essere
due volte arrivati terzi non sarebbe il caso di cambiare? Il vangelo recita una
frase che dovrebbe insegnare qualcosa: siate più scaltri dei figli delle tenebre.
Dice proprio scaltri, che in greco, lingua dei vangeli, significa dotati di acume
e capacità di innovazione, non dice siate più ingenui o in siciliano “fissa”. Parlo
del vangelo perché quello che manca al centrosinistra siciliano, quanto i pani
e i pesci, è la componente cattolico democratica, che proprio in Sicilia deve, più che può, diventare
il valore aggiunto.
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