Giovanni Pizzo
Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio
Tra la situation tragedy di Romanzo Criminale ambientata nella Roma degli anni ’70, quella di Gomorra della Napoli dei primi anni 2000, e quella attuale di Palermo c’è un salto digitale. Quelle situazioni avevano una realtà retrostante da dramma shakespeariano, faide tra clan e tradimenti, oggi a Palermo vige solo il caos, prima ancora sociale e culturale che politico. Ancora non si è capito, nonostante lo Stato abbia fatto un salto quantico, o almeno avrebbe dovuto, rispetto agli anni pioneristici di Falcone e Borsellino, se dietro alle scorrerie pericolosamente armate in città ci siano ancora i clan mafiosi dei vecchi mandamenti o meno. Non si capisce se ci siano menti “raffinatissime”, né dubitiamo fortemente o meno. La cosa ancora peggiore della gerarchia mafiosa è il caos della delinquenza diffusa, perché quella ha per le forze dell’ordine degli obiettivi rintracciabili da catturare, il caos diffuso, a macchia d’olio nei quartieri del disagio, è un virus che non puoi afferrare. ZEN, Cep, Sperone, Ballarò, Marinella, Arenella, Scaro, Borgo Vecchio, Villaggio S.Rosalia, sono già testimonianze di un cambio di geografia mandamentale. Addio Passo di Rigano, S. Maria di Gesù, Porta nuova, Pagliarelli, e tutti i vecchi mandamenti del potere mafioso, che erano stati costruiti su una urbanistica sociale differente ed antiquata. Ed oggi le istituzioni giudiziarie e politico amministrative sembrano come quelli che cercano di svuotare il mare con un secchiello. Per presidiare, non per sconfiggere, il fenomeno attuale, diffuso e parcellizzato, a Palermo non ci vogliono trenta poliziotti in più, e nemmeno 300, che erano giovani e forti ma persero. Il territorio e le persone da controllare ogni giorno sono soverchianti alle capacità di Prefettura e Questura. Il rischio terribile è che l’impunità del kalashnikov generi imitazione e contagio virale. Perché la massa dei disagiati è enorme. Una cosa è il neet di famiglia borghese che sta sul comodo divano del salotto di casa, altra sono i neet, molto più numerosi, che il divano a casa nemmeno ce l’hanno, che abitano nei casermoni dell’indifferenza. E costoro nella dispersione scolastica e nell’ignoranza non scrivono romanzi, neppure criminali, fanno reel da contagio digitale, molto più pericolosi. Qui non studiando e non essendoci lavori continuativi da classe operaia, avendo tanti precedenti in famiglia, molto prima della fine dell’obbligo scolastico se vogliono il telefonino, e gli altri oggetti di consumo, si devono buscare il pane. Alcuni lo fanno col lavoro nero sottopagato, vanno ai mercati come ambulanti, cercano ferro e rottami con le “lape”, fanno sbarazzi e traslochi, qualche giornata da muratore di bassa qualifica, altri, molti altri, si arrangiano con l’illecito. Ci vuole solo fame, aggressività, brutalità, mancanze di valori e di opportunità. E in molti luoghi di Palermo ci sono giacimenti di tutte queste cose. Di fatto Palermo ha costruito la patologia che potrà distruggerla. I colpi di kalashnikov ci sono a Palermo, Beirut, Mogadiscio, non a Genova, Bologna o Verona. Chiediamoci perché.
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