Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Immagina di essere a Vienna nell’estate del 1914. I caffè sono pieni, i giornali discutono di politica con tono annoiato, i treni attraversano l’Europa carica di merci e di turisti. Il mondo sembra solido. Integrato. Moderno.

Poi arriva il colpo di pistola di Sarajevo. E tutto crolla.

Lo storico Odd Arne Westad guarda il mondo di oggi e riconosce quella stessa solidità apparente. Quella stessa, pericolosa, sensazione che il disastro sia impossibile perché sarebbe troppo costoso per tutti. La sua tesi è semplice e perturbante: stiamo rivivendo la vigilia del 1914.

La Cina al posto della Germania guglielmina. Gli Stati Uniti al posto dell’Impero britannico. Le economie intrecciate, i summit globali, i leader che si stringono la mano davanti ai fotografi. E sotto, una frattura che si allarga ogni giorno di più.


Parlarsi senza capirsi

C’è una differenza sottile ma decisiva tra comunicare e capirsi. Nel 1914 le cancellerie europee erano inondate di telegrammi, dispacci, lettere diplomatiche. Eppure nessuno riuscì a leggere davvero le intenzioni dell’altro. Ognuno vedeva nell’avversario il riflesso delle proprie paure.

Oggi Trump e Xi si incontrano, si telefonano, rilasciano dichiarazioni solenni. Ma il dialogo vero non è la somma delle parole: è la comprensione di cosa ha paura davvero l’altro, dei suoi limiti, delle sue ossessioni profonde.

Trump vede l’America come una fortezza stanca, umiliata dal peso di alleanze costruite per un mondo che non esiste più. Xi vede la Cina come una civiltà finalmente risorta dopo un secolo di umiliazioni coloniali, e non intende fermarsi. Entrambi parlano la lingua della grandezza nazionale. Ed è esattamente quando le grandi potenze rispolverano il linguaggio del destino che il compromesso smette di essere una virtù e diventa una resa.


L’impero che si sgretola da dentro

C’è però qualcosa di ancora più inquietante nel ragionamento di Westad. Qualcosa che riguarda non la Cina, ma l’America stessa.

Gli imperi non finiscono solo perché arriva un rivale più forte. Spesso si consumano lentamente dall’interno — nella stanchezza dell’opinione pubblica, nella perdita di fiducia delle élite, in quella particolare malinconia collettiva che si impossessa di chi non crede più nella propria missione.

L’America di oggi è spaccata su una domanda di fondo: vale ancora la pena pagare il prezzo della leadership globale? Una metà del Paese dice no, convinta che il mondo abbia approfittato troppo a lungo della generosità americana. L’altra ha paura del vuoto enorme che lascerebbe il ritiro. E in questa oscillazione permanente, Russia e Cina osservano, misurano, aspettano.

È esattamente ciò che accadde nell’Europa del 1914. Non ci fu la volontà immediata della guerra. Ci fu qualcosa di più subdolo: il deterioramento lento, inesorabile, della fiducia reciproca. Ogni mossa difensiva veniva letta come offensiva. Ogni esitazione scambiata per debolezza. Fino a quando il sistema, sotto il peso delle sue stesse paure, cedette.


Taiwan, l’innesco

Ucraina, Iran, Taiwan: teatri diversi, stesso copione di fondo. Conflitti che possono restare locali — o trasformarsi in qualcosa che nessuno riesce più a fermare.

Taiwan è il caso più delicato. Pechino non sta necessariamente pianificando un’invasione domani mattina. Sta facendo qualcosa di più freddo e più paziente: osserva. Osserva le scorte militari americane che si assottigliano, le divisioni crescenti in Occidente, la fatica delle democrazie nel sostenere cause lontane. Sta cercando di capire se il tempo lavori dalla sua parte.

Nel 1914 la Germania era convinta di poter vincere in fretta, prima che la Russia si mobilitasse del tutto, prima che l’Inghilterra intervenisse davvero. Fu l’errore strategico più catastrofico del Novecento. Il rischio oggi, ammonisce Westad, è che qualcuno creda ancora possibile un’azione rapida, chirurgica, controllabile.

Ma la Storia ha una risposta fissa a questa illusione: le guerre iniziano sempre con obiettivi circoscritti e finiscono con conseguenze che nessuno — nessuno — aveva immaginato.


La domanda che conta

Non è: siamo alla vigilia di una terza guerra mondiale?

È una domanda più silenziosa e più difficile: abbiamo ancora quella cultura della prudenza che nacque proprio dalle ceneri del Novecento? Quella capacità di riconoscere il limite oltre il quale l’interesse nazionale si trasforma in catastrofe universale?

La pace non è l’assenza di conflitti. È qualcosa di più faticoso e meno spettacolare: è la scelta, ogni giorno, di non convincersi che la forza possa sostituire la politica.

E il messaggio più oscuro di Westad non è che la guerra sia inevitabile.

È che gli uomini possano tornare a credere, come nel 1914, di saperla controllare.

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