Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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L’Europa non è un accidente della storia. Non è una parentesi burocratica tra guerre e mercati. È la più ambiziosa invenzione politica del continente che ha conosciuto Auschwitz, Verdun, Sarajevo, le dittature, i muri e le macerie. L’Europa nasce dalla consapevolezza che gli Stati nazionali, da soli, hanno prodotto grandezza ma anche distruzione. E che nel XXI secolo nessuna nazione europea, da sola, può davvero governare il proprio destino.


La verità è semplice e brutale: fuori dall’Europa, gli europei diventano periferia.


Il mondo si sta organizzando attorno a grandi blocchi geopolitici, tecnologici, industriali e militari. Stati Uniti, Cina, India, potenze regionali emergenti. In questo scenario, Francia, Italia, Germania, Spagna — persino prese singolarmente — rischiano di diventare attori secondari. Paesi importanti, certo. Ma non decisivi. Mercati da conquistare, non potenze capaci di orientare il futuro.


L’illusione sovranista promette il ritorno a una grandezza che non esiste più. Racconta che basti “riprendersi il controllo” per contare nel mondo. Ma controllo di cosa? Delle frontiere digitali dominate dalle multinazionali americane e cinesi? Dell’energia? Della finanza globale? Delle migrazioni causate da guerre, clima e disuguaglianze? Nessuno Stato europeo può affrontare queste sfide da solo. Chi lo sostiene vende nostalgia, non politica.


L’Europa è l’unica scala possibile della sovranità contemporanea.


Non significa cancellare le nazioni. Significa salvarle. Perché l’identità europea non sostituisce le identità nazionali: le protegge dentro una casa più grande. Essere europei non vuol dire essere meno italiani, francesi o tedeschi. Vuol dire impedire che queste identità diventino irrilevanti nel mondo nuovo.


Certo, l’Europa è lenta. Contraddittoria. Spesso estenuante. Le sue istituzioni appaiono lontane, i compromessi infiniti, la burocrazia opaca. Ma la democrazia multilaterale è, per definizione, più lenta della forza. Eppure proprio questa lentezza è stata, per decenni, la garanzia contro il dominio di uno solo sugli altri.


Chi attacca sistematicamente l’Europa dimentica una cosa essenziale: l’Europa siamo noi. La Commissione, il Parlamento, il Consiglio non sono corpi alieni. Sono il riflesso dei governi e dei popoli europei. Colpire l’Europa per convenienza elettorale significa logorare l’unico spazio politico che ancora può difendere i cittadini europei nella competizione globale.


Oggi il vero tema non è “più o meno Europa”. È quale Europa vogliamo costruire.


Un’Europa capace di difendere i propri confini senza rinunciare ai diritti. Capace di avere una politica estera comune, un esercito comune, una strategia industriale comune. Un’Europa che investa in ricerca, energia, intelligenza artificiale, università, infrastrutture. Un’Europa che non sia soltanto mercato, ma potenza democratica.


Perché il rischio più grande non è che l’Europa cambi troppo. È che cambi troppo poco.


Le autocrazie avanzano. Le democrazie si frammentano. La politica si riduce a propaganda emotiva e paura del futuro. In questo tempo inquieto, l’Europa rappresenta ancora un’idea radicale: che popoli diversi possano condividere sovranità senza annullarsi, cooperare senza combattersi, crescere senza dominarsi.


È un progetto incompiuto, certo. Ma tutte le grandi opere della storia lo sono state mentre venivano costruite.


L’alternativa all’Europa non è un ritorno glorioso alle sovranità nazionali. L’alternativa è l’irrilevanza. È diventare il museo elegante del mondo, visitato da tutti e guidato da nessuno. Un continente ricco di memoria ma povero di futuro.


Per questo oggi difendere l’Europa non è un gesto tecnocratico. È una scelta storica.


L’unica via non è chiudersi. È unirsi di più.

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