Il 16 maggio scorso l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha dichiarato l’epidemia di Ebola in corso nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda un’emergenza sanitaria pubblica di rilevanza internazionale: in inglese, Public Health Emergency of International Concern, la sigla PHEIC.

È il livello di allerta più alto previsto dal sistema di sorveglianza globale dell’OMS. Al momento della dichiarazione, i casi sospetti erano 246 e i morti 80, tutti nella provincia congolese dell’Ituri. Due casi confermati in laboratorio erano già stati registrati nella capitale ugandese Kampala, entrambi in viaggiatori provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo, uno dei quali deceduto. L’OMS ha precisato che non si tratta di una pandemia.

Il ceppo Bundibugyo: perché è diverso dall’Ebola che conosce il grande pubblico

Quando si parla di Ebola, quasi sempre si intende il ceppo Zaire, quello delle grandi epidemie in Africa Occidentale del 2014-2016. Il virus che circola in Congo e Uganda è diverso: si chiama Orthoebolavirus bundibugyoense, comunemente noto come virus Bundibugyo o BVD, identificato per la prima volta nel 2007 in Uganda.

La differenza non è solo di nomenclatura. I vaccini sviluppati contro l’Ebola-Zaire non sono efficaci contro il Bundibugyo. Non esistono terapie specifiche approvate per questo ceppo. Il trattamento disponibile è esclusivamente di supporto. Nei due precedenti focolai documentati (2007 e 2012) il tasso di letalità si è attestato tra il 30% e il 50%.

Il direttore generale dell’OMS, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha emesso la dichiarazione PHEIC senza attendere il parere del comitato di emergenza, una procedura inusuale che lui stesso ha riconosciuto come la prima nella storia dell’organizzazione. La decisione riflette la velocità con cui la situazione si stava deteriorando sul campo.

I numeri dell’epidemia e i dubbi sull’estensione reale

I dati ufficiali al 16 maggio parlavano di 246 casi sospetti e 8 confermati in laboratorio, in almeno tre zone sanitarie della provincia dell’Ituri: Bunia, Rwampara e Mongbwalu. Ma l’OMS ha avvertito che quei numeri probabilmente sottostimano la realtà. L’elevato tasso di positività dei campioni iniziali raccolti, otto positivi su tredici prelevati in aree diverse, e la presenza di casi già confermati sia a Kampala che a Kinshasa suggeriscono una diffusione più ampia di quanto rilevato.

Tra le vittime accertate figurano almeno quattro operatori sanitari deceduti in contesti clinici, un dato che preoccupa l’OMS perché indica lacune nei sistemi di protezione delle strutture sanitarie e un rischio di diffusione all’interno degli ospedali stessi.

Il contesto geografico aggrava il quadro: l’Ituri è una delle province più instabili della Repubblica Democratica del Congo, con conflitti armati in corso, crisi umanitaria, alta mobilità della popolazione e una rete diffusa di strutture sanitarie informali. Le stesse condizioni che avevano reso difficile il controllo della grande epidemia di Ebola-Zaire del 2018-2019 in quella stessa area.

Il coinvolgimento di cittadini americani

Nel corso di una conferenza stampa convocata domenica 17 maggio, il responsabile della risposta all’epidemia dei Centers for Disease Control and Prevention americani, Satish K. Pillai, ha confermato che l’agenzia sta supportando il rientro sicuro di un piccolo numero di cittadini statunitensi direttamente coinvolti nell’epidemia. Pillai ha evitato di fornire dettagli sulle singole situazioni, ma non ha smentito la presenza di americani esposti. Fonti anonime citate dalla stampa americana hanno parlato di almeno una persona con sintomi e di scenari di evacuazione verso luoghi sicuri dove poter essere messa in quarantena. Il CDC ha classificato il rischio complessivo per i cittadini americani come basso.

L’OMS: nessuna restrizione di viaggio, ma i Paesi confinanti sono ad alto rischio

L’OMS non ha raccomandato restrizioni di viaggio né chiusure di frontiere. Le misure di questo tipo, storicamente, tendono a ridurre la capacità di tracciamento dei contatti spostando i movimenti verso canali non sorvegliati. I Paesi che condividono confini terrestri con la Repubblica Democratica del Congo sono stati classificati come ad alto rischio di ulteriore diffusione. Per Italia ed Europa il rischio è attualmente basso, ma il monitoraggio delle autorità sanitarie europee è attivo.

Per i viaggiatori che rientrano da aree colpite con sintomi febbrili, la raccomandazione è di contattare immediatamente il proprio medico segnalando i dettagli degli spostamenti, senza recarsi autonomamente in strutture sanitarie.