Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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La narrazione più frequente è quella di un centrodestra allo sbando nell’isola dove domenica e lunedì si è votato in 71 comuni siciliani, un po’ meno di un quinto del totale, ma con ben tre capoluoghi di Provincia, Marsala che è la quinta città della Sicilia per abitanti, ed altri grossi centri come Carini, Milazzo, Villabate, Floridia, Augusta, Ribera. Se ci si concentra nei comuni più grandi dove si è votato con il proporzionale in effetti il centrodestra, al lordo del ballottaggio prossimo, è andato numericamente molto indietro. Il campo cosiddetto largo è avanzato, anche se in misura non così importante, e poi lo spazio maggiore, vedi Messina, lo hanno preso le autonomie locali, fatta di liste civiche o personaggi ad alta presenzialità politica di contesto. I due poli risultano spesso in difficoltà a trovare figure di sindaci che da un lato convincano le opinioni pubbliche locali e dall’altro garantiscano i partiti nazionali. Il dilemma è la classica dicotomia tra botte piena e moglie ubriaca. Della nuova Contea autonoma messinese si è gia detto, anche se ci sono alcune considerazioni ulteriori da fare, visto che è l’unica città metropolitana andata al voto. I tre partiti di centro destra hanno raccolto sullo Stretto il 15% solamente, con il partito della premier al 7%, Forza Italia fuori dal consiglio e la Lega di Salvini, il partito del Ponte, sull’orlo di una crisi di nervi. Questa è stata la vera cartina di tornasole della sconfitta del centrodestra siciliano. Non è solo il merito dell’autonomo Cateno con la sua corazzata di liste, ma la debacle del centrodestra regionale, dei suoi deputati, dei suoi coordinatori locali e dei partiti romani. Il dato vero è che nell’isola non coordina e comanda nessuno, le cose avvengono in ordine sparso, il campanilismo è molto forte, e nessuno ha credibilità se non ravvicinata. Questo sarà un vero problema per mettere insieme due coalizioni per le regionali, in un contesto di frazionato in ogni polo, che di fatto si sono frantumato in uno, nessuno e centomila, il cui esempio per eccellenza è ovviamente Agrigento. Ci sono da annotare tre esperimenti casuali, non preordinati, di campo XXL a Enna, Termini Imerese e Marsala, risultati enormemente, ovviamente, vincenti. Qui al centrosinistra si sono aggiunti pezzi di moderati e De Luca, ed è onestamente l’unica strada che possa condurre ad una vittoria ed an cambiamento. Si cambia quando si è tanti, non quando si è minoranze dure e pure. Anche perché di purezza non c’è mai certezza. Questa capacità inclusiva, dovuta più alle personalità di candidati sindaci capaci di mediare ed aggregare, non si è riscontrata in analoghe sperimentazioni di centrodestra, più chiuso nelle logiche di conservazione di un potere che si teme di perdere. È stato tutto casuale, senza alcuna, forse per fortuna, regia di coordinatori regionali, ma è il vero punto da considerare per chi ha la ferrea e insopprimibile volontà di fare politica. Che non è il me contro te, ma la capacità di allargare i confini delle opinioni e delle culture differenti, da rendere sintesi migliorative del presente.

Oggi però non è il tempo dell’analisi, non le fa più nessuno, ma delle vendette e dei capri espiatori, a ciascun polo il suo. Chi darà la colpa al governatore che ha impedito, incompreso o ignorato, ai suoi assessori di buttarsi nell’agone, i Rais regionali egoistici, i coordinatori assenti o agnostici, e le faide interne ai partiti. Sicuramente una buona metà dei deputati regionali è perplessa, e pronta al cambio di casacca per sopravvivere in un contesto che sembra fuori controllo. Gli equilibri stanno sicuramente per cambiare ma non si sa ancora per dove e per cosa. È il Caos pirandelliano perfetto. Così è se vi pare.

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