Ci sono storie individuali che raccontano più del destino di una persona. Quella di Angelo Pidalà, siciliano di Longi, attraversa alcuni temi centrali per i piccoli comuni dell’entroterra: partenze, ritorni, lavoro, identità e nuove forme di abitare i territori.Pidalà lascia Longi a 17 anni. Va a Roma e costruisce lì la sua carriera. Per 27 anni lavora come hair stylist nel mondo dello spettacolo, della moda, delle sfilate e dei grandi eventi. Una vita intensa, apparentemente arrivata dove doveva arrivare.
Poi, intorno ai quarant’anni, arriva una domanda più forte del successo professionale.«Stavo male nonostante una carriera ben avviata e una vita realizzata – racconta –. Ma quando hai tutto e stai male, significa che c’è qualcosa che non va. Ho iniziato a pensare davvero a cosa volevo fare da grande. Da lì è cambiato tutto».La risposta lo riporta nei Nebrodi. Non come ripiego, ma come scelta. Il luogo del ritorno è un piccolo capanno di pietra sulle Rocche del Crasto, poi diventato il Rifugio del Sole.
La casa sulle Rocche del Crasto e l’idea di viaggio
Il passaggio decisivo arriva lontano dalla Sicilia. Pidalà parte per l’Australia e raggiunge Ayers Rock, Uluru per le popolazioni aborigene Anangu. Quel viaggio dura 25 giorni e diventa una soglia personale.«Mi accorsi che la mia anima non era con me – spiega –. L’avevo lasciata nel piccolo capanno di pietra sulle Rocche del Crasto, dove oggi vivo felicemente».Il Rifugio del Sole nasce così. Si trova tra Longi e Alcara Li Fusi, in un punto da cui nelle giornate limpide si vedono Palermo, le Eolie e l’Etna. Per Pidalà non è soltanto una casa.
«Sono tornato a casa, a Longi, dove ho costruito la mia vita ideale – racconta –. Questo posto è la mia casa dell’anima. Mi coccola quando sono giù, mi fa sentire in pace con il mondo ed è la fonte di ispirazione per tutto quello che faccio».Per anni quel luogo ha avuto anche una funzione di ospitalità. Pidalà ha accolto gruppi di viaggiatori in tenda nei mesi estivi. La sua idea di accoglienza non coincide con il consumo rapido dei luoghi. Richiede tempo, curiosità e ascolto.
«Amo i veri viaggiatori, non i semplici turisti – dice –. Chi viaggia deve essere curioso, deve avere fame di conoscere. Quando qualcuno si ferma qui e ascolta la mia storia, spesso va via con gli occhi lucidi. Il viaggio ha senso quando ti porti dentro non solo il paesaggio, ma anche la storia del luogo e di chi lo vive».Oggi ha scelto di non ospitare più gruppi per il campeggio. Ma il rifugio resta il simbolo della sua scelta: vivere stabilmente a Longi, immerso nella natura dei Nebrodi.
Creatività, lavoro e prospettive di un rientro
La biografia di Pidalà non si ferma al ritorno. A Roma aveva già trasformato il proprio mestiere in sperimentazione artistica, ideando acconciature al cioccolato. Poi ha lavorato su quadri e ceramiche decorati con un composto a base di cacao, stabilizzato con altri materiali.L’esperienza australiana gli ha lasciato anche un’altra traccia: il puntinismo. Oggi sta sviluppando un progetto che unisce arte e moda, con abiti in cashmere dipinti attraverso questa tecnica.
Durante la pandemia ha trovato un impiego stabile a Longi, in un laboratorio che confeziona abiti per grandi firme. Una coincidenza che per lui ha il sapore di un ritorno completo. «È come se si fosse chiuso un cerchio – racconta –. Da piccolo il mio sogno era fare il sarto».In parallelo, sta lavorando a un libro sulla sua vita, con l’intenzione di partecipare a un concorso letterario nei prossimi mesi.
Il caso di Angelo Pidalà mette in evidenza una questione più ampia. Per i borghi dei Nebrodi, il futuro non passa solo dalla promozione turistica. Passa anche dalla capacità di attrarre storie, competenze e percorsi personali in grado di generare nuova vitalità. Il ritorno, quando non è nostalgia, può diventare una forma di innovazione sociale.Pidalà non ha rinnegato Roma. Ha riportato nei Nebrodi ciò che ha imparato altrove. E ha trasformato un piccolo capanno di pietra in una scelta di vita.






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