Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Ogni generazione americana commette il proprio errore sulla Russia. Cambiano i presidenti, cambiano le sigle delle agenzie, cambiano i professori che spiegano il mondo nelle università della East Coast. Ma l’errore resta. È sempre lo stesso: credere che la Russia sia un Paese come gli altri, pronto a essere integrato in un ordine internazionale costruito dall’Occidente, purché gli si offrano sufficienti incentivi.
L’ultima versione di questa illusione aveva un nome suggestivo: “Reverse Kissinger”. Se negli anni Settanta Henry Kissinger riuscì a usare la Cina contro l’Unione Sovietica, perché non tentare oggi l’operazione opposta? Perché non attirare Mosca lontano da Pechino, trasformando la Russia in un contrappeso alla crescente potenza cinese?
L’idea aveva una sua eleganza. Come tutte le idee nate nei seminari strategici di Washington. Il problema è che la storia raramente si lascia impressionare dall’eleganza.
Per capire perché il progetto fosse destinato al fallimento bisogna partire da una constatazione elementare: la Russia non è più nella posizione di scegliere.
Per decenni Mosca ha coltivato il sogno di essere il terzo polo del sistema internazionale. Né Oriente né Occidente. Una civiltà a sé, sospesa fra Europa e Asia. Oggi questo margine di autonomia si è drasticamente ridotto. Le sanzioni occidentali e il conflitto ucraino hanno spinto il Cremlino in una dipendenza crescente dalla Cina. Petrolio, gas, materie prime da una parte; tecnologia, componenti industriali, microelettronica e sostegno finanziario dall’altra.
Non si tratta di amicizia. Le nazioni non hanno amici. Hanno necessità.
E la necessità russa oggi parla cinese.
Gli strateghi americani hanno ragionato come se Mosca potesse ancora sedersi a un tavolo e scegliere liberamente tra Washington e Pechino. Ma la libertà di scelta appartiene ai forti. I deboli scelgono molto meno di quanto immaginino. Quando un Paese dipende economicamente da un altro per sostenere il proprio apparato produttivo e militare, la sua autonomia diventa relativa.
C’è poi un secondo errore, più sottile e forse più grave.
A Washington si tende spesso a considerare la geopolitica come una grande partita commerciale. Si sommano interessi, si sottraggono costi, si individuano convenienze. Ma le grandi potenze non vivono soltanto di convenienze. Vivono anche di idee, di paure, di ambizioni storiche.
Putin e Xi Jinping condividono una convinzione fondamentale: ritengono che il predominio occidentale sia entrato nella sua fase discendente. Possono sbagliarsi. Ma agiscono come uomini convinti di avere ragione.
Da questo punto di vista, la loro convergenza va oltre il commercio e oltre i gasdotti. È una convergenza politica e culturale. Entrambi vedono nell’ordine liberale costruito dagli Stati Uniti un sistema da contenere, limitare e infine superare.
Per Mosca, inoltre, esiste un problema di fiducia. Un accordo con Washington dura il tempo di una presidenza. Quattro anni dopo, può arrivare un’altra amministrazione con priorità completamente diverse. La Cina, invece, offre qualcosa che i regimi autoritari apprezzano sopra ogni cosa: la prevedibilità.
Infine c’è il fattore che molti analisti fingono di non vedere.
La Cina non ha alcun interesse a lasciare andare la Russia.
Per Pechino, Mosca rappresenta contemporaneamente una barriera strategica, un fornitore energetico e una profondità geopolitica che nessun altro partner può offrire. Una Russia pienamente allineata all’Occidente significherebbe per la Cina ritrovarsi lungo migliaia di chilometri di frontiera con un vicino integrato nel sistema euro-atlantico.
È uno scenario che Xi Jinping considera inaccettabile.
Per questo Pechino ha sviluppato una politica di sostegno calibrato: abbastanza aiuti da mantenere la Russia stabile, non abbastanza da esporsi direttamente alle conseguenze più pesanti. Una forma di assistenza che assomiglia più a un’ipoteca che a un’alleanza.
Quando Washington tende la mano a Mosca, Pechino non ha bisogno di protestare. Le basta ricordare, con discrezione, chi paga le bollette.
Ma dietro tutto questo c’è una questione ancora più profonda.
La Russia non potrà mai diventare un Paese occidentale non perché sia geneticamente diversa, come sostengono certi ideologi, ma perché la sua storia l’ha costruita in un’altra direzione.
L’Occidente si è formato attraverso la limitazione progressiva del potere politico da parte di istituzioni autonome: comuni, parlamenti, università, corpi intermedi, diritto. La Russia si è formata attorno al principio opposto: la centralizzazione dello Stato come strumento di sopravvivenza in uno spazio immenso, vulnerabile e privo di confini naturali.
Da Ivan il Terribile agli zar, dai commissari sovietici agli uomini del Cremlino contemporaneo, il filo rosso è sempre stato lo stesso: uno Stato forte precede una società forte.
In Europa si è spesso pensato che la Russia fosse un Paese in ritardo sulla strada dell’occidentalizzazione. Probabilmente non era in ritardo. Probabilmente percorreva un’altra strada.
È questo l’equivoco che ritorna ciclicamente nelle cancellerie occidentali. L’idea che la Russia sia un’Europa incompiuta, una Germania mancata, una Francia ancora da costruire.
La Russia, invece, si considera qualcosa di diverso: una civiltà separata, con interessi separati e una memoria storica separata.
Si può collaborare con Mosca. Si può negoziare. Si possono persino raggiungere accordi temporanei. Ma trasformarla in un Paese occidentale è un progetto che fallisce da tre secoli, indipendentemente da chi lo tenti.
L’America voleva ripetere una brillante mossa di scacchi del Novecento.
Ha scoperto che nel XXI secolo la partita è cambiata. La Cina non controlla soltanto alcuni pezzi della scacchiera. Controlla ormai una parte della scacchiera stessa.
E la Russia, che un tempo sognava di giocare da sola, si trova oggi nella scomoda posizione di essere al tempo stesso giocatore e pedina.
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