Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Nel dibattito pubblico italiano capita spesso di sentire affermazioni secondo cui il governo potrebbe aumentare salari, ridurre prezzi, abbassare gli affitti o risolvere i problemi economici semplicemente con una legge. È una visione comprensibile, ma che rischia di semplificare eccessivamente il funzionamento di un’economia moderna.

Cosa ne pensa assessore Tamajo?

“In una democrazia di mercato prezzi e salari non vengono generalmente stabiliti dallo Stato, ma sono il risultato dell’incontro tra domanda e offerta, della produttività delle imprese, della concorrenza e delle condizioni economiche generali del Paese. 

La politica può influenzare questi fattori, ma non controllarli direttamente come avviene nelle economie pianificate.

Per questo motivo, le promesse elettorali che prospettano aumenti generalizzati dei redditi o riduzioni del costo della vita senza affrontare le cause strutturali dei problemi meritano sempre un esame critico.”


Nel corso degli anni, diversi governi hanno fatto ricorso a bonus, incentivi e sussidi per sostenere cittadini e imprese. Alcune di queste misure hanno avuto effetti positivi nel breve periodo, ma quando vengono finanziate attraverso nuovo debito pubblico trasferiscono inevitabilmente parte dei costi alle generazioni future.

“Il debito non è denaro gratuito. Prima o poi deve essere ripagato attraverso tasse, minori spese in altri settori o maggiori interessi a carico dello Stato. Per questo è importante valutare non solo i benefici immediati di una misura, ma anche la sua sostenibilità nel lungo periodo.

La questione centrale resta però un’altra: come aumentare in modo duraturo i salari reali degli italiani. La risposta, indicata da gran parte degli economisti e condivisa da osservatori di orientamenti politici molto diversi, è la produttività. Un Paese in cui lavoratori e imprese producono più valore riesce a sostenere salari più elevati senza generare inflazione o perdita di competitività.”


Da molti anni la produttività italiana cresce lentamente rispetto a quella di altri Paesi avanzati. È qui che si gioca la vera sfida nazionale. Migliorare infrastrutture, accelerare i tempi della giustizia, investire nella ricerca, rafforzare il sistema educativo, promuovere l’innovazione tecnologica e aumentare la concorrenza nei settori protetti sono riforme che possono incidere concretamente sulla capacità del Paese di crescere.

“Ritengo legittimo interrogarsi sull’efficienza della spesa pubblica. In un contesto di risorse limitate, ogni euro destinato a spese poco produttive è un euro che non può essere investito in istruzione, innovazione, infrastrutture o sviluppo tecnologico. Il tema non è semplicemente spendere di più o spendere di meno, ma spendere meglio.

Per questa ragione, la vera discussione politica dovrebbe concentrarsi meno sulle promesse di benefici immediati e più sulle riforme capaci di aumentare la crescita economica nel lungo periodo. Sono interventi spesso meno spettacolari e meno redditizi sul piano elettorale, ma sono quelli che possono migliorare realmente il tenore di vita dei cittadini.

Le economie non si trasformano per decreto. Crescono quando riescono a diventare più produttive, più innovative e più efficienti. È una verità meno affascinante degli slogan, ma è probabilmente quella che conta di più.”

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