Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Marco Travaglio se n’è accorto adesso. Roberto Vannacci non sta soltanto rosicchiando consensi alla destra di governo. Sta pescando anche in quel vasto mare di elettori arrabbiati, anti-establishment e ostili alle élite che per anni ha rappresentato il principale serbatoio del Movimento 5 Stelle.
Non era difficile prevederlo. Quando un partito costruisce la propria identità più sulla protesta che sulla proposta, più contro qualcuno che per qualcosa, finisce inevitabilmente per condividere il proprio elettorato con chiunque sappia interpretare la stessa rabbia in modo più radicale.
I sondaggi degli ultimi mesi mostrano che il fenomeno Vannacci non è più una curiosità folkloristica. Futuro Nazionale si è stabilizzato attorno al 4 per cento e continua a crescere, mentre osservatori e istituti demoscopici registrano flussi provenienti da aree politiche diverse, non soltanto dalla Lega.
A destra il generale intercetta gli scontenti della normalizzazione meloniana e salviniana. Ma il dato più interessante riguarda un’altra fascia di elettorato: quella che negli ultimi quindici anni è passata con disinvoltura dal grillismo al sovranismo, dal vaffa al complottismo, dall’antieuropeismo alla simpatia per Mosca. Lo stesso elettorato che vota più per rabbia che per appartenenza.
Da qui l’improvvisa agitazione dell’universo grillino. Quando l’avversario era Salvini, il Movimento poteva sempre rivendicare una diversità morale. Con Vannacci il problema è diverso: il generale parla a una parte dello stesso pubblico.
E allora parte il copione consueto. Non il confronto politico, ma la delegittimazione personale. Non la critica delle idee, ma la caricatura dell’avversario. Travaglio, che in questo genere letterario è maestro riconosciuto, alterna sarcasmo, scomuniche e ridicolizzazioni nella speranza di arginare l’emorragia.
Ma la storia politica insegna che gli elettori non si recuperano insultandoli. Se qualcuno abbandona una forza politica per sceglierne un’altra più radicale, il problema raramente è il nuovo leader. Più spesso è il vuoto lasciato dal vecchio.
Vannacci ha capito prima di altri che esiste uno spazio politico per chi contesta apertamente l’Unione Europea, guarda con diffidenza alla Nato, critica il sostegno occidentale all’Ucraina e rivendica un nazionalismo senza sfumature. È su questo terreno che ha costruito la sua avanzata, presentandosi come una destra “pura” e senza compromessi.
Il paradosso è evidente. Per anni una parte del Movimento 5 Stelle ha alimentato sentimenti anti-europei, anti-sistema e filorussi. Oggi si trova davanti un concorrente che propone la stessa grammatica politica in una versione più coerente, più aggressiva e più identitaria.
Quando arriva qualcuno che promette dosi maggiori della stessa medicina, l’elettore protestatario tende a scegliere l’originale anziché la copia.
Per questo le invettive di Travaglio rischiano di essere inutili. La Lega ha già sperimentato cosa significa sottovalutare Vannacci. I sondaggi mostrano che la crescita di Futuro Nazionale coincide con un indebolimento del Carroccio e con crescenti preoccupazioni nel centrodestra.
Se il Movimento 5 Stelle pensa di cavarsela con qualche articolo velenoso e qualche sfottò, potrebbe scoprire troppo tardi che il problema non è Travaglio. È la concorrenza sul mercato della protesta.
E in quel mercato, oggi, il generale appare più competitivo di Conte.
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