Intervista ad Emiliano Abramo fondatore di SOLIDALI
– Abramo, anzi Emiliano, perché è inutile fare finta di non conoscerci. Tu hai un cognome profetico, ma perché fare nascere un altro movimento, non bastavano i soggetti già presenti in campo?
– Evidentemente no. Ciascuno di Noi, vi assicuro, io per primo ma non certamente ultimo, abbiamo già tanti impegni lavorativi, sociali, alcuni anche istituzionali. Se abbiamo deciso di alzare il livello di questo impegno è perché sentiamo che non c’è sufficiente ascolto, attenzione, responsabilità e conseguente azione politica su tanti grandi temi che connotano la nostra Isola. La prova provata è la disaffezione alle urne anche nelle elezioni comunali, dove il rapporto con la cittadinanza è più stretto. Grandi parti della società siciliana non vanno più a votare. Evidentemente non c’è un’offerta di partecipazione largamente inclusiva.
– Cosa significa Solidali?
– Significa esattamente il contrario di Sodali. La politica attuale, fatta di piccoli gruppi, di minoranze sul totale dei siciliani aventi diritto e diritti, è fondata sull’appartenenza. La domanda che spesso si fa è “a cui appartieni”. Questo è esattamente il contrario della centralità della persona, del libero arbitrio, che ci è stato regalato ma a cui rinunciamo per piccole convenienze. La politica si fa in piccoli gruppi sodali che si spartiscono risorse e ruoli, che è il principio che poi ci porta alla corruzione. Di cui mi pare la cronaca sia zeppa. Viene esclusa a priori la larga partecipazione, perché questa porta ad un controllo naturale . Per cui siamo passati ad un governo di minoranze. Il contrario della democrazia. Siamo ad un’oligarchia per esclusione della società alla partecipazione.
– Ma voi a chi vi rivolgete? Non mi dica a tutti perché sarebbe populismo spiccio.
– Non confondiamo populismo con popolarismo, proprio nella terra di Sturzo. La politica deve, non può, deve, dare risposte a tutti con responsabilità. Non deve escludere, deve includere. Noi principalmente ci rivolgiamo alle comunità intermedie, che una volta, seppur naturalmente divise, erano centrali nella costruzione della partecipazione politica. Ci sarebbe stato il PCI senza il sindacalismo di Di Vittorio, o la DC senza la Caritas o le Acli? Sindacati, movimenti di cooperazione, associazionismo di varie sfumature e tematiche, le Comunità del civismo comunale, oggi tutti questi soggetti sono esclusi dalla partecipazione politica.
– Perché secondo te?
– Perché vige la regola non scritta del divide et impera. Si cerca il rapporto personale con il rappresentante di comunità, non con la comunità e le sue istanze, in un rapporto one to one. Sperando nella famosa frase “chi c’è pi mia”. E lì finisce la comunità e comincia la sodalità. Ma non tutti ci stanno, non si fanno comprare individualmente. Noi ci rivolgiamo a questi. Si cresce solo insieme, togliendo l’IO sostituendolo con il NOI.
– L’individualità è negativa?
– Assolutamente no. La persona è centrale, il suo sviluppo, le opportunità che deve avere. Ma quella è la sfera dei diritti. La politica è fatta per la polis, quindi per il NOI. La politica dagli anni novanta, dopo la fine della cosiddetta prima repubblica, ha cercato di dare a domande collettive risposte individuali. Le prime in maniera errata avevano generato il debito pubblico secondo al mondo, allora si è pensato di costruire una politica per pochi, quelli più vicini, amici e parenti. Questo genera corruzione quasi sempre.
– Ma quali sono i temi che Solidali propone?
– Il primo è chiaro, combattere l’esclusione. La Sicilia è povera. Inutile parlare gloriosamente di Pil e Rating in un’isola che ha la percentuale di povertà più alta d’Italia. È uno schiaffo alla miseria. Ma oggi ci sono poveri paradossali.
– Che intendi?
– I nuovi poveri sono istituzionali, con la fascia tricolore. I Comuni sono poveri senza risorse, finanziarie ed umane, dopo lustri di definanziamento. I servizi ai cittadini sono erogabili solo attraverso miracoli di moltiplicazione dei pani e dei pesci. I sindaci, gli assessori, i consiglieri comunali non sono politici, quelli stanno a Palazzo Reale, ma santi e poeti in Sicilia, e soprattutto navigatori di mari senza acqua.
– E Perché?
– Perché soprattutto i sindaci, sempre più civici e non aderenti a partiti, vengono percepiti come potenziali concorrenti da parte dei deputati regionali. Meno hanno risorse, soprattutto se non si assoggettano al feudatario di turno, meglio è. Ma così si colpiscono, le famose vittime collaterali, i cittadini siciliani. Prova ne sia che il capitolo di bilancio per Comuni ed ex Province si è ridotto in 15 anni ad un terzo. Questo significa debiti, niente luce, poca pulizia, abbandono dei servizi sociali, buche oer le strade. E Kalashnikov nelle aree metropolitane.
– Cosa ti ha impressionato della vicenda Palermo?
– A Palermo è stato ucciso il Beato Padre Puglisi, davanti al portone della sua abitazione. Oggi se vogliamo dirla tutta è ancora peggio, soprattutto per coloro che si professano cristiani. Allo ZEN 2 si è sparato alla Chiesa di S. Filippo Neri. La Chiesa è di tutti, è il corpus ecclesiale, questo offende la presenza di Cristo in terra. E offende tutti i cristiani siciliani che vi assicuro che non sono pochi.
– Il movimento Solidali si rivolge anche a loro?
– Non sarei onesto intellettualmente se lo negassi. La mia, ma non solo la mia, professione di fede è notoria. E il mondo della Chiesa siciliana, ognuno con la sua inclinazione, è uno dei più attenti ad un movimento che ha fin dal nome, ma soprattutto dalla predisposizione all’ascolto, la parola Solidarietà.
– Parliamo più prosaicamente di politica. Dove si colloca Solidali?
– Se mi permette Noi, il Noi deve essere ben chiaro, non ne facciamo una scelta di campo, ma di attenzione e ascolto. Sarei disonesto se non dicessi che in alcune aree, anche a livello nazionale, riceviamo più ascolto ed occasioni di confronto che in altre a temi come la povertà, l’emarginazione, la restanza dei giovani, il diritto alla salute ed ai servizio sociali degli anziani, al patto intergenerazionale, al sostegno alle Comunità civiche. È chiaro che prevalentemente il luogo del confronto e dei rapporti gravita sull’area dei moderati e del centrosinistra, stante ibtemi trattati. Ma questo non vuole interrompere il dialogo con tutte le parti di buona volontà su temi di grande respiro. Come il ruolo della Sicilia nel Mediterraneo, tema centrale pressoché ignorato o portato a livello di vetrinetta e viaggi premio. Sempre per amici e parenti. Io opero a Catania e un mio famoso concittadino, Rino Nicolosi, aveva decisamente un’altra visione del ruolo della Sicilia nel Mediterraneo.
– Ma un’altra Sicilia è possibile?
– Non solo è possibile, ma deve esserlo. Lo affermiamo come gli imperativi categorici di kantiana memoria. E se non lo diventa è per colpa nostra, di noi tutti, della sfiducia che abbiamo in noi, della coltivazione del vittimismo, o dell’individualismo più sfrenato. Perché la Sicilia non è esclusivamente il solito blocco sociale, forse non più di 500.000 persone dipendenti direttamente o indirettamente dai palazzi regionali, a cui oggi si rivolge la politica. Ma sono i quasi 5 milioni di siciliani che dobbiamo convincere a restare e a viverci in questa Isola che purtroppo Bellissima non è certo diventata, ricordando Paolo Borsellino. Se partono lo devono fare solo per libera scelta, non per carenze di opportunità come è tristemente oggi. Il problema è molto semplice, anche se arduo. Bisogna ricominciare a fare politica. Questa è un misto tra potere e comunicazione, sono degli strumenti, non il fine. Ricordiamocelo.
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