Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani intende commemorare, in occasione del trentaduesimo anniversario del sacrificio di Salvatore Bennici, uno degli imprenditori simbolo della lotta contro il racket delle estorsioni mafiose. A distanza di trentadue anni dal suo assassinio, la sua vicenda continua a rappresentare una delle testimonianze più alte di responsabilità civile, libertà d’impresa e difesa dei principi costituzionali.

Salvatore Bennici nacque a Licata, in provincia di Agrigento, nel 1934. Padre di cinque figli, dedicò l’intera esistenza al lavoro, costruendo con sacrificio una piccola impresa edile impegnata nella realizzazione di opere pubbliche. Era un imprenditore che condivideva quotidianamente il lavoro con i propri operai, convinto che il rispetto della persona, la correttezza nei rapporti professionali e la trasparenza costituissero il fondamento di un’autentica cultura del lavoro.


Nel 1994, dopo anni di sacrifici, la sua impresa ottenne un subappalto per la realizzazione di un acquedotto. Quel risultato attirò immediatamente l’attenzione della criminalità organizzata, che pretese il pagamento del “pizzo”, uno degli strumenti attraverso i quali Cosa Nostra esercitava il controllo del territorio, limitava la libertà economica e impediva lo sviluppo di un’economia fondata sulla concorrenza leale. Bennici rifiutò ogni compromesso e denunciò alle autorità le richieste estorsive, scegliendo la legalità in un contesto nel quale il silenzio era spesso imposto dalla paura.

Da quel momento ebbe inizio una lunga sequenza di intimidazioni. Telefonate anonime, minacce di morte rivolte anche ai familiari, il danneggiamento dei mezzi dell’impresa attraverso un incendio doloso e persino il tentativo di incendiare il portone della sua abitazione cercarono di piegarne la volontà. Gli fu intimato di pagare se voleva continuare a vivere, ma Salvatore Bennici non rinunciò mai alla propria dignità di cittadino e di imprenditore, continuando a denunciare ogni episodio alle forze dell’ordine.


La mattina del 25 giugno 1994, intorno alle 7.30, nel cantiere di contrada Giannotta, a Licata, il progetto criminale giunse al suo tragico epilogo. Un commando mafioso fece irruzione nel cantiere; uno dei sicari immobilizzò il figlio Vincenzo sotto la minaccia di un’arma, costringendolo ad assistere all’esecuzione del padre. Salvatore Bennici fu raggiunto da numerosi colpi di pistola alla testa e al torace. Trasportato d’urgenza all’Ospedale San Giacomo d’Altopasso di Licata, morì poco dopo il ricovero. I killer si allontanarono lasciando un messaggio destinato a intimidire l’intera comunità imprenditoriale: chi denuncia la mafia deve essere eliminato.

Le indagini e i successivi procedimenti giudiziari ricostruirono con precisione le responsabilità dei vertici di Cosa Nostra. Le sentenze definitive riconobbero il carattere mafioso dell’omicidio e individuarono tra i mandanti i capi dell’organizzazione criminale, tra cui Salvatore Riina e Mariano Agate, condannati all’ergastolo. L’assassinio di Bennici si inseriva nella strategia di controllo economico del territorio perseguita dalla mafia siciliana, che attraverso il racket delle estorsioni cercava di piegare gli imprenditori onesti e impedire qualsiasi forma di sviluppo fondata sulla libertà e sul rispetto delle regole.


Il 21 giugno 2014, proprio nel luogo dell’agguato, in contrada Giannotta, è stata inaugurata una targa commemorativa che restituisce alla memoria collettiva il valore del suo sacrificio. Negli anni, la figura di Salvatore Bennici è diventata un punto di riferimento per numerose associazioni impegnate nella promozione della cultura della legalità e della cittadinanza attiva, tra cui il presidio cittadino “A testa alta”, che continua a diffonderne il ricordo attraverso iniziative rivolte soprattutto ai giovani.

Il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani ritiene che la storia di Salvatore Bennici costituisca oggi una preziosa occasione educativa. La sua vicenda dimostra come la difesa dei diritti umani non riguardi esclusivamente le grandi questioni internazionali, ma si realizzi anche nella quotidiana tutela della libertà di lavorare senza ricatti, della dignità della persona e della responsabilità civile. Contrastare la mafia significa infatti difendere diritti fondamentali riconosciuti dalla Costituzione italiana, quali la libertà economica, il diritto al lavoro, l’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge e il buon funzionamento delle istituzioni democratiche.


Per questa ragione il CNDDU auspica che la memoria di Salvatore Bennici venga trasformata in un laboratorio permanente di educazione civica. Le scuole potrebbero promuovere percorsi nei quali gli studenti ricostruiscano le conseguenze economiche e sociali che il racket produce sul territorio, analizzando come le estorsioni sottraggano risorse allo sviluppo, all’occupazione e agli investimenti. Allo stesso tempo, sarebbe significativo coinvolgere i giovani nella costruzione di un archivio digitale delle storie di imprenditori, amministratori e cittadini che hanno scelto di denunciare la criminalità organizzata, affinché la memoria diventi patrimonio condiviso e strumento di ricerca, accessibile a tutte le comunità scolastiche.

Un’ulteriore prospettiva educativa potrebbe consistere nella realizzazione di laboratori interdisciplinari dedicati all’etica delle decisioni, durante i quali gli studenti siano chiamati a confrontarsi con situazioni reali, valutando le conseguenze personali, sociali ed economiche delle scelte compiute da chi si trova di fronte al ricatto mafioso. In questo modo la legalità cesserebbe di essere percepita come un principio astratto e diverrebbe esperienza concreta di cittadinanza responsabile, capace di sviluppare senso critico, autonomia morale e partecipazione democratica.


Ricordare Salvatore Bennici significa restituire centralità a una figura di imprenditore che non cercò l’eroismo, ma rivendicò semplicemente il diritto di lavorare onestamente nel rispetto delle leggi. La sua testimonianza continua a interrogare la coscienza civile del Paese e ricorda alle nuove generazioni che ogni atto di legalità contribuisce a rendere più forte la democrazia e più liberi i cittadini.

Nel ricordare il suo sacrificio, il Coordinamento Nazionale Docenti della disciplina dei Diritti Umani rinnova il proprio impegno affinché la memoria delle vittime innocenti delle mafie diventi parte integrante dell’educazione ai diritti umani, nella convinzione che solo una scuola capace di trasformare la memoria in conoscenza critica possa contribuire alla formazione di cittadini consapevoli, responsabili e autenticamente liberi.

prof.ssa Giovanna De Lucia Lumeno, CNDDU

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