Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Donald Trump ha costruito gran parte della sua fortuna politica su un assunto semplice: quando perde, è il sistema ad aver barato. È accaduto con le elezioni del 2020, con i processi, con le inchieste e, da ultimo, con le sentenze. Ma c’è un avversario che continua a sfuggire alla sua narrazione: la Corte Suprema degli Stati Uniti.

Paradossalmente, è la stessa Corte che, negli ultimi anni, gli ha riconosciuto importanti vittorie sul terreno delle prerogative presidenziali. Eppure, quando si tratta di diritto e non di appartenenza politica, anche i giudici nominati da presidenti repubblicani ricordano che il loro compito non è servire un uomo, ma la Costituzione.

I giudici hanno rifiutato di riesaminare il ricorso presentato da Trump contro la sentenza che lo ha ritenuto civilmente responsabile dell’abuso sessuale e della diffamazione della scrittrice E. Jean Carroll. Il verdetto della giuria rimane quindi definitivo e il risarcimento di cinque milioni di dollari resta dovuto. 

Nello stesso giorno è arrivata un’altra decisione destinata a pesare sulla politica americana: la Corte ha confermato la legittimità delle norme che consentono di conteggiare le schede votate per posta entro il giorno delle elezioni ma recapitate successivamente, respingendo una delle contestazioni più care al fronte trumpiano. La maggioranza è stata costruita attorno a un’inedita convergenza tra la giudice conservatrice Amy Coney Barrett, il presidente della Corte John Roberts e i tre giudici liberal. 

Sono due sconfitte diverse, ma accomunate da un principio: il diritto non si piega alla convenienza politica.

Trump continuerà certamente a denunciare la “lawfare”, la giustizia usata come arma politica. È una strategia che gli ha consentito di consolidare il rapporto con il proprio elettorato, persuaso che ogni procedimento giudiziario sia parte di un complotto dell’establishment. Ma una democrazia vive proprio del contrario: dell’idea che anche il leader più potente possa trovare un limite davanti a un giudice.

La lezione, se mai ce ne fosse bisogno, è che negli Stati Uniti il sistema dei pesi e contrappesi continua a funzionare, magari con fatica, spesso tra polemiche furibonde, ma senza cedere alla tentazione di trasformare la giustizia in un’appendice della politica.

Trump rimane uno dei presidenti più influenti e divisivi della storia recente americana. Ma la Corte Suprema gli ricorda, ancora una volta, che il consenso elettorale può vincere le elezioni; non può riscrivere le sentenze.

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