Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
L’Italia ha un talento speciale: scambiare il rumore per la forza.
Accade in politica, dove un tweet vale più di una legge. Accade nei talk show, dove chi interrompe di più sembra avere ragione. E accade perfino nella Chiesa, dove qualche migliaio di irriducibili riesce periodicamente a far credere che il cattolicesimo sia arrivato al bivio della sua storia.
Non lo è.
Ogni volta che si parla dei lefebvriani sembra che Roma sia sul punto di consumare uno scisma epocale. Poi basta prendere una calcolatrice. Un milione di fedeli, ammesso che siano davvero tanti, contro un miliardo e mezzo di cattolici sparsi nei cinque continenti. È come discutere del futuro della Marina Militare osservando una barca a remi.
Ma il giornalismo ama il clamore. E il clamore, si sa, è una droga: crea dipendenza in chi lo produce e in chi lo racconta.
La verità è meno teatrale.
Il problema della Chiesa non è il latino. Non è il sacerdote rivolto all’altare. Non è il messale del 1962. Queste sono questioni che appassionano gli specialisti e dividono gli appassionati, ma lasciano indifferente il resto del mondo.
Il problema è un altro.
Chi forma oggi la classe dirigente?
Una volta il cattolicesimo italiano era una fucina. Produceva professori, magistrati, imprenditori, amministratori, sindacalisti, studiosi. Non fabbricava soltanto preti; costruiva cittadini. Dalle università cattoliche uscivano uomini che avrebbero governato il Paese, spesso litigando fra loro, ma con una cosa in comune: avevano studiato.
Non erano improvvisati.
Oggi la sensazione è opposta. Abbondano gli opinionisti e scarseggiano gli uomini preparati. Si coltivano i follower, non gli allievi. Si allevano candidati, non dirigenti.
È un impoverimento che riguarda tutti, non soltanto la Chiesa.
Perché una democrazia vive di istituzioni. Ma respira grazie alle élite che riesce a produrre. Quando queste mancano, arrivano gli improvvisatori. È una legge della storia, prima ancora che della politica.
Il cattolicesimo aveva capito una cosa semplice: la classe dirigente non nasce per concorso. Cresce lentamente. In una biblioteca, in un’università, in un’associazione, in un’impresa, in una parrocchia. Come un albero.
Oggi, invece, si pretende il raccolto senza aver piantato il seme.
Si preferisce discutere se una Messa debba essere celebrata in latino o in italiano. È una disputa rispettabile. Ma assomiglia a quella di due violinisti che litigano sull’accordatura mentre il teatro va a fuoco.
Nel frattempo il Paese cambia.
Le nascite crollano. Le università si svuotano. L’ascensore sociale si è fermato a un piano che nessuno ricorda più. Intere periferie crescono senza punti di riferimento. La politica rincorre il consenso quotidiano. E il dibattito pubblico vive dell’indignazione del giorno.
Dentro questo scenario, la Chiesa continua a fare una cosa che nessun algoritmo riesce ancora a sostituire.
Ogni domenica milioni di persone si incontrano. Si guardano negli occhi. Parlano. Condividono paure, lutti, speranze, povertà. È forse l’ultimo grande luogo italiano dove la società continua a raccontarsi senza filtri.
Eppure ci ostiniamo a credere che il problema siano quattro nostalgici del latino.
Forse perché il rumore è più facile da raccontare del silenzio.
Il silenzio non fa audience.
Ma è nel silenzio che si educano le coscienze.
Le grandi civiltà non decadono quando discutono di liturgia.
Decadono quando smettono di educare.
E una Chiesa che rinuncia a formare la propria classe dirigente non perde soltanto influenza. Perde la sua funzione storica.
Il resto è cronaca.
E la cronaca, come tutte le cose rumorose, passa.
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