Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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C’è una categoria umana che suscita più diffidenza dei furbi: i moralisti.


Bettino Craxi diceva di non aver mai incontrato un moralista onesto. È un’affermazione brutale, ma contiene una provocazione che merita di essere presa sul serio. Da anni la considero una cartina di tornasole. Quando qualcuno sente il bisogno di distribuire patenti di virtù a destra e a manca, preferisco attraversare la strada. L’esperienza insegna che chi è più severo nel giudicare gli altri è spesso il più indulgente con se stesso.


Il moralista non è necessariamente immorale sul piano materiale. Non sto parlando di denaro, appalti, pescherie, ruberie o piccoli traffici. Quella è cronaca, e la cronaca appartiene ai tribunali.


Parlo di qualcosa di più sottile e, forse, più grave: la disonestà intellettuale.


Benedetto Croce osservava che la disonestà materiale è una brutta cosa, ma quella intellettuale lo è ancora di più. Perché la prima può impoverire un patrimonio; la seconda avvelena una comunità. Trasforma il dibattito pubblico in una rappresentazione teatrale dove non conta la verità, ma la postura morale.


È il moralismo, bellezza.


Alessandro Barbano lo ha definito la religione civile del nostro Paese. Forse sarebbe più esatto chiamarla religione incivile. Una fede senza trascendenza, ma con molti sacerdoti. Una liturgia che si celebra ogni sera nei talk show, sulle pagine dei giornali, nei bestseller costruiti a tavolino, nei social, nelle conferenze, nelle piazze digitali.


È un grande mercato. Un suk permanente.


Si vende indignazione all’ingrosso e virtù al dettaglio. Si comprano reputazioni, si rivendono scomuniche. Ognuno ha il suo pulpito, il suo pubblico, il suo piccolo tribunale.


Un tempo, per conquistare autorevolezza, bisognava studiare, consumare scarpe, fare gavetta nei giornali, prendere qualche porta in faccia e qualche lezione. Oggi basta occupare uno studio televisivo e parlare con assoluta certezza di qualunque argomento. La competenza è diventata un dettaglio; l’indignazione è diventata una professione.


C’è chi costruisce il proprio personaggio con un libro provocatorio, chi trasformando la protesta in mestiere, chi facendo del trasformismo una dottrina politica, chi sopravvivendo nell’indeterminatezza più assoluta, chi confezionando ogni settimana un nuovo processo mediatico.


La politica, il giornalismo e lo spettacolo finiscono così per confondersi. Il moralismo diventa il linguaggio comune. Non interessa capire; interessa condannare. Non conta verificare; conta suggerire. L’allusione vale più della prova, il sospetto più del fatto.


E quando il sospetto diventa spettacolo, il pubblico applaude.


Così nascono gli eroi della morale televisiva. Figure che vivono di ricostruzioni, di trame, di frequentazioni vere o presunte, di sceneggiature che spesso valgono più della realtà. Attorno a loro si forma una devozione quasi religiosa. Ogni critica diventa eresia, ogni dubbio un attentato alla verità.


Qualcuno arriva perfino a immaginarli come leader politici. Perché no? In un Paese dove il consenso si misura più con gli ascolti che con le idee, anche il passaggio dallo studio televisivo a Palazzo Chigi smette di sembrare fantascienza.


Forse è questa la vera vittoria del moralismo: convincerci che chi giudica tutti debba essere giudicato da nessuno.


Ed è allora che conviene ricordare quella vecchia frase di Craxi. Non perché sia necessariamente vera in assoluto, ma perché contiene un avvertimento sempre attuale: diffidare di chi pretende di incarnare la virtù pubblica. La morale autentica è quasi sempre silenziosa. Quella ostentata, invece, ha spesso bisogno di un microfono.

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