Giovanni Pizzo

Ex assessore della Regione Siciliana, scrivo su vari quotidiani. Laureato in economia e commercio

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Gioco e Miseria

È di qualche giorno fa la notizia fornita dall’agenzia delle dogane e dei monopoli di Stato che i siciliani spendono in gioco d’azzardo l’85% della loro spesa in cibo e bevande. Per costoro la ludopatia ha preso il sopravvento sulle cose basiche, sulla realtà di tutti i giorni. Ai vertici della classifica del gioco d’azzardo ci sono Campania e Sicilia, che erano anche ai vertici del reddito di cittadinanza per la povertà e marginalità sociale. Noi pensiamobal gioco d’azzardo in un’accezione tra il romantico ed il romanzesco, con casinò in cui James Bond in smoking si fa agitare ma non shakerare il suo cocktail martini e batte al tavolo verde personaggi del calibro di Adolfo Celi. In Sicilia invece tutto avviene nei bar tabacchi, dove i pensionati e gli sfaccendati spendono tutte le loro risorse tra gratta e vinci e lotto istantaneo, o nelle macchinette per il videopoker più attrattive per i ragazzini. Prevalentemente i giocatori appartengono alle fasce sociali a minor reddito e minore formazione. Per cui come si suol dire piove sul bagnato. Miseria e Gioco, cioè il tentativo di cambiare per sorte e non per studio o lavoro il proprio destino, sono due facce della stessa medaglia, sono il gatto e la volpe di un circuito vizioso che favorisce solo degrado sociale ed umano. Il substrato è l’ignoranza e l’esclusione sociale. La cosa orribile di tutto questo è che il gioco d’azzardo non è in mano ad Al Capone o suoi discendenti, ma è gestito dallo Stato, per tramite dei suoi concessionari, per un volume di affari di 172 mld. Di questi solo 11 finiscono in entrate tributarie, quindi soldi per il Tesoro. Praticamente quanto Eni, Enel, Terna e Leonardo messi insieme. Ma senza produrre nulla, se non degrado familiare e disperazione.

Possiamo stupirci se in Sicilia il 25% della popolazione è in povertà assoluta? Invece di investire miliardi, sissignore miliardi, in recupero della dispersione scolastica che sta erodendo il capitale umano siciliano, invece di recuperare i neet, giovani che non studiano e non lavorano, di cui siamo campioni del mondo al posto del calcio, invece di investire in ricerca e sviluppo, lo Stato gestisce un facile e comodo gioco di spremitura delle parti più fragili della popolazione.

Forse non si vuole uno Stato Etico, ma arrivare addirittura ad uno Stato cinico e baro  ci sembra troppo. Tra le varie pesti moderne che il vescovo Lorefice ha indicato, oltre al racket mafioso e l”incuria politica, aggiungerei la malattia del gioco, che accompagna la miseria verso la disperazione.

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