Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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La storia ha il vizio di sorprendere. Soprattutto quando sembra aver già pronunciato la sua sentenza definitiva.


Per quasi cinque secoli il cattolicesimo inglese è stato una minoranza costretta a convivere con il peso della propria storia. Dal 1534, quando Enrico VIII ruppe con Roma proclamandosi capo della Chiesa d’Inghilterra, essere cattolici significò spesso vivere ai margini della vita pubblica. Solo il Roman Catholic Relief Act del 1829 restituì ai fedeli di Roma una piena dignità civile, chiudendo una delle pagine più lunghe della discriminazione religiosa europea.


Oggi, però, il vento sembra soffiare in una direzione diversa.


L’arrivo di Andy Burnham a Downing Street non è soltanto un avvicendamento politico. È il segnale che il cattolicesimo britannico non è più percepito come un corpo estraneo alla nazione. Burnham non è un uomo che ostenta la fede. Anzi, ne parla con il pudore di chi conosce più i dubbi che le certezze e mantiene posizioni non sempre coincidenti con il magistero della Chiesa. Ma proprio per questo la sua identità religiosa appare autentica, non esibita.


Nel suo primo giorno da Primo Ministro ha scelto di mettere al centro il problema dei senzatetto, annunciando un investimento di 340 milioni di sterline per affrontare una delle emergenze sociali più gravi del Paese. È una scelta politica, naturalmente. Ma è anche un richiamo a quella tradizione di solidarietà che nel Regno Unito vede da decenni le organizzazioni cattoliche, come The Passage, impegnate in prima linea.


I simboli, in politica, contano. E negli ultimi mesi i simboli non sono mancati.


Nell’ottobre del 2025 Re Carlo III ha pregato con Papa Leone XIV nella Cappella Sistina. Non era un trattato, né un concordato. Era qualcosa di più semplice e, forse, di più importante: il riconoscimento che cinque secoli di divisioni non possono cancellare ciò che la storia, lentamente, ricompone.


Sarebbe ingenuo parlare di riconciliazione definitiva. Le differenze teologiche rimangono, così come restano aperte questioni morali e culturali sulle quali cattolici e anglicani continuano a confrontarsi. Ma il clima è cambiato. Là dove un tempo c’era diffidenza oggi c’è dialogo; dove c’era sospetto, collaborazione.


La politica passa, i governi cambiano, le maggioranze si alternano. La storia delle nazioni, invece, si misura sui secoli.


Ed è guardando ai secoli che ciò che sta accadendo nel Regno Unito acquista il suo significato più profondo. Non è il ritorno di una confessione al potere. È il ritorno di una presenza che, dopo essere stata combattuta, tollerata e infine accettata, torna a essere considerata parte integrante della vita del Paese.


Forse è questo il segno più interessante dei nostri tempi: che le grandi fratture della storia non si ricompongono con le vittorie, ma con il tempo. E il tempo, a volte, sa essere più forte perfino delle scomuniche e degli scismi.

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