Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
A Palermo in questi giorni, una frase, pronunciata con la dovuta solennità, sembra risolvere tutto: «I figli sono miei e decido io».
È una frase antica, quasi proprietaria. Talmente antica che forse, a pronunciarla oggi, bisognerebbe aggiungere anche un certificato di proprietà, con tanto di marca da bollo.
La questione, naturalmente, è un’altra.
La libertà di scelta dei genitori è sacrosanta. Ma, come tutte le libertà, ha un confine. E quel confine non è stabilito dal fastidio del genitore, dalla sua diffidenza verso la medicina, da un post letto sui social o dall’amico che «conosce uno a cui è successo».
Il confine è il figlio.
Perché un figlio non è una proprietà. Non è un’estensione del genitore. Non è il luogo nel quale un adulto può esercitare le proprie convinzioni fino alle estreme conseguenze.
Un figlio è una persona affidata temporaneamente alla responsabilità di qualcun altro.
Ed è qui che comincia il problema della cosiddetta patria potestà: non nel diritto del genitore di decidere tutto, ma nel dovere di decidere nell’interesse di chi non può ancora decidere da solo.
La differenza sembra sottile. In realtà è enorme.
Se un genitore sceglie per sé di correre un rischio, possiamo discutere della scelta, della sua prudenza, perfino della sua intelligenza. Ma quando il rischio viene imposto a un bambino, la questione cambia natura.
Non è più soltanto libertà.
È responsabilità.
E quando parliamo di malattie gravi e prevenibili, come la difterite, la domanda non dovrebbe essere: «Possono i genitori scegliere?».
La domanda dovrebbe essere: «Fino a dove possono scegliere per un altro essere umano?»
È una domanda meno comoda.
Perché ci obbliga a distinguere tra il diritto di educare un figlio secondo i propri valori e il diritto di esporlo a un pericolo evitabile.
La prima cosa appartiene alla libertà.
La seconda, eventualmente, appartiene al giudice.
E infatti la patria potestà — o, più correttamente, la responsabilità genitoriale — non è mai stata una licenza di proprietà. È un incarico. E gli incarichi, prima o poi, prevedono una verifica.
Il genitore può scegliere la scuola, l’educazione, le letture, perfino il tipo di musica che il figlio dovrà ascoltare in automobile fino alla maggiore età. Ma quando la scelta riguarda la salute e comporta un rischio grave e prevenibile, entra in gioco un principio più grande della volontà dell’adulto: l’interesse del minore.
È qui che dovrebbe finire la patria potestà.
Non davanti al cancello di casa.
Non quando il figlio compie diciotto anni.
Ma nel momento esatto in cui il potere di decidere del genitore rischia di trasformarsi nel potere di danneggiare il figlio.
Il resto è filosofia da social.
E i social, si sa, hanno una caratteristica straordinaria: riescono a trasformare qualsiasi opinione in una certezza e qualsiasi certezza in una professione.
La medicina, invece, è molto meno spettacolare.
Dice che esistono rischi, probabilità, evidenze, prevenzione. E soprattutto dice una cosa che dovremmo ricordare più spesso: non tutto ciò che è possibile evitare deve essere necessariamente affrontato per dimostrare di essere liberi.
Perché la libertà, quando riguarda un adulto, può anche comprendere il diritto di sbagliare.
Quando riguarda un bambino, il primo dovere è impedirgli di pagare gli errori degli adulti.
I figli non appartengono ai genitori.
Sono persone.
E questa, in fondo, dovrebbe essere la linea rossa.
Tutto il resto è soltanto il modo in cui gli adulti cercano di convincersi che quella linea non esista.
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