Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Ho letto stamane l’articolo di Giuliano Ferrara sul Foglio, dedicato al Partito democratico e alla surreale ricerca di un “nome” per guidare il centrosinistra.

È un articolo che merita di essere preso sul serio anche oltre l’ironia: il PD sembra abbracciare l’idea di un candidato quasi «simbolico», un nome da mettere lì per evitare che il problema della leadership diventi il problema della politica.

È una provocazione. Ma proprio per questo illumina una realtà.

Perché quando un sistema politico arriva a discutere non di quale idea di Paese debba essere proposta agli italiani, ma di quale nome possa essere abbastanza neutro da non scontentare nessuno, significa che il problema non è più soltanto la scelta di un leader.

Il problema è che sono venuti meno i partiti.

Non le sigle. Quelle, anzi, non mancano.

Il Parlamento italiano continua a essere popolato da partiti, movimenti, liste, federazioni, alleanze e aggregazioni. Esiste persino un Registro nazionale dei partiti politici, con numerose forze formalmente organizzate e riconosciute: il Parlamento⁠!

Ma un partito, quello vero, è un’altra cosa.

Un partito non nasce quando si deposita un simbolo.

Nasce quando un gruppo di persone decide di condividere una visione della società, costruisce un programma, forma una classe dirigente, seleziona i propri rappresentanti, discute al proprio interno e, soprattutto, prova a convincere il Paese che quella visione sia migliore delle altre.

Il partito dovrebbe essere il luogo nel quale la società entra nelle istituzioni.

Oggi, troppo spesso, accade il contrario: sono le istituzioni, i sondaggi, i social e le televisioni a determinare l’identità del partito.

E così la politica diventa una continua ricerca dell’uomo — o della donna — giusto per quel momento.

Un leader.

Un candidato.

Un personaggio.

Un volto.

E quando il volto non c’è, se ne cerca uno.

Quando il nome divide, se ne cerca un altro.

Quando anche il secondo divide, si pensa a un terzo.

E quando non si trova il terzo, si comincia a discutere se non sia meglio non scegliere affatto.

È esattamente qui che la provocazione di Ferrara diventa una questione politica generale.

Perché una democrazia non può vivere soltanto di leader.

Può certamente averne. Anzi, deve averne. La leadership è necessaria. Ma la leadership dovrebbe essere il punto di arrivo di una storia politica, non il suo punto di partenza.

Un leader serio dovrebbe essere espressione di una comunità politica che lo ha preceduto, non qualcuno intorno al quale costruire successivamente una comunità.

La differenza è enorme.

Il vecchio partito aveva difetti enormi. Era spesso burocratico, ideologico, lento, dominato dalle correnti e dalle appartenenze. Ma aveva una cosa che oggi rischiamo di rimpiangere: una struttura capace di produrre politica anche quando il leader non era davanti a una telecamera.

C’erano sezioni, assemblee, congressi, discussioni, scuole di formazione, amministratori locali, militanti, iscritti.

C’era una classe dirigente che non nasceva necessariamente dalla televisione o dai social.

E soprattutto c’era un rapporto quotidiano con la società.

Quel mondo è finito.

Ma abbiamo commesso un errore: invece di sostituirlo con una forma nuova e moderna di partito, abbiamo spesso sostituito il partito con il leader.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti.

Partiti che si identificano quasi completamente con il proprio capo.

Coalizioni che nascono prima ancora di sapere che cosa vogliono fare insieme.

Candidature decise nelle stanze ristrette.

Programmi che arrivano dopo gli accordi.

Alleanze tenute insieme più dalla paura dell’avversario che dalla condivisione di un progetto.

E una politica che, sempre più spesso, sembra occuparsi della propria sopravvivenza prima ancora che dei problemi del Paese.

La vicenda attuale del centrosinistra è soltanto l’ultimo esempio.

La discussione sulle primarie, sul rapporto tra PD e Movimento 5 Stelle, sulla leadership di Elly Schlein, sul ruolo di Giuseppe Conte e sulla ricerca di un eventuale nome terzo mostra quanto sia difficile costruire una coalizione quando prima della politica viene la geometria delle leadership. 

Ma sarebbe un errore pensare che sia soltanto un problema del centrosinistra.

È un problema italiano.

Perché la crisi dei partiti riguarda la destra come la sinistra, i moderati come i populisti, i vecchi partiti come i nuovi movimenti.

La personalizzazione della politica ha progressivamente indebolito quel rapporto tra cittadini e istituzioni che dovrebbe essere uno dei fondamenti della democrazia rappresentativa. L’Associazione Italiana dei Costituzionalisti ha descritto proprio questa trasformazione: dal partito organizzato e radicato nella società al partito personale, sempre più autoreferenziale e separato dai tradizionali strumenti di partecipazione. 

E qui c’è il punto decisivo.

La crisi dei partiti non produce soltanto partiti più deboli. Produce cittadini più lontani dalla politica.

Se il cittadino non si riconosce più in una comunità politica, se non può partecipare alla costruzione di una proposta, se non conosce più il percorso attraverso il quale viene scelta una classe dirigente, alla fine gli rimane soltanto una possibilità: scegliere un nome sulla scheda.

Oppure non votare.

E infatti l’astensione è diventata uno dei grandi problemi della democrazia italiana.

Non è soltanto disaffezione.

È anche il risultato di una politica che ha progressivamente smesso di chiedere ai cittadini di partecipare alla costruzione del futuro e ha cominciato a chiedere loro, ogni tanto, semplicemente di scegliere chi votare.

Ma la Costituzione, all’articolo 49, non parla di cittadini chiamati semplicemente a votare un leader.

Dice che tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti «per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale». 

Quella frase è straordinariamente moderna.

E forse è proprio da lì che dovremmo ripartire.

Non per tornare ai partiti del Novecento.

Nessuno rimpiange davvero la vecchia politica in blocco.

Dobbiamo costruire i partiti del XXI secolo.

Partiti più aperti, più trasparenti, più competenti, più democratici.

Partiti capaci di utilizzare la rete senza diventare prigionieri dei social.

Partiti nei quali un iscritto conti davvero.

Partiti nei quali il congresso non sia una liturgia per ratificare decisioni già prese.

Partiti nei quali la selezione della classe dirigente avvenga attraverso merito, esperienza, territorio e consenso, non soltanto attraverso la capacità di comunicare.

Partiti nei quali si possa anche perdere una discussione senza essere considerati un nemico.

Partiti capaci di dire ai propri elettori non soltanto «votateci perché gli altri sono peggio», ma soprattutto «votateci perché abbiamo un’idea diversa e migliore dell’Italia».

È questa la vera sfida.

Perché una coalizione può anche vincere un’elezione senza essere un partito.

Può mettere insieme numeri sufficienti per conquistare il governo.

Ma governare è un’altra cosa.

Governare significa avere una visione, una squadra, una cultura amministrativa, una classe dirigente e soprattutto una direzione.

Altrimenti si finisce per governare inseguendo le emergenze, i sondaggi, le reazioni sui social e gli equilibri interni.

E questo vale per tutti.

Per chi governa oggi e per chi aspira a governare domani.

L’Italia non ha bisogno di altri contenitori elettorali.

Non ha bisogno dell’ennesimo «campo» costruito contro qualcuno.

Non ha bisogno di un candidato scelto perché è quello che divide meno.

Non ha bisogno di un prestanome.

Ha bisogno di politica.

E la politica, nelle democrazie rappresentative, ha bisogno di partiti.

Partiti veri.

Con una comunità.

Con un’identità.

Con una cultura.

Con una classe dirigente.

Con un programma.

Con una responsabilità collettiva.

E, naturalmente, con un leader.

Ma il leader deve tornare a essere l’espressione del partito, non il partito l’espressione del leader.

Forse è questa la lezione più importante che si può trarre dalla provocazione di Ferrara.

Il problema non è trovare il nome giusto per guidare un partito che non sa più cosa essere.

Il problema è tornare a costruire partiti che sappiano esprimere, naturalmente, il nome di chi deve guidarli.

Perché se continuiamo a cercare il leader prima di avere una politica, prima o poi arriveremo davvero al paradosso del candidato perfetto: quello che non esiste.

E forse, a quel punto, sarà rimasto davvero soltanto il nome.

Nel nome del nulla.

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