Antonio Perna
Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet
Ci sono persone che attraversano la politica.
E poi ci sono persone che attraversano la storia.
Emma Bonino apparteneva alla seconda categoria.
È difficile oggi scrivere di lei senza avere la tentazione di usare parole troppo grandi: simbolo, icona, protagonista, combattente. Eppure, nel suo caso, nessuna di queste parole sembra davvero esagerata. Emma Bonino è morta oggi, 11 settembre 2026, a 78 anni, dopo una vita trascorsa quasi interamente a difendere ciò in cui credeva.
Ma forse la parola che più di tutte le appartiene è un’altra: libertà.
Libertà non come slogan.
Libertà come fatica.
Come responsabilità.
Come disobbedienza quando obbedire significava accettare un’ingiustizia.
Emma non è stata una donna facile da amare. E forse proprio per questo è stata una donna importante. Ha diviso, provocato, irritato, costretto a discutere. Non cercava il consenso facile. Non addolciva le proprie idee per renderle più digeribili.
Aveva il coraggio, ormai rarissimo, di prendere una posizione e pagarne il prezzo.
Nel 1975 si autodenunciò per aver praticato un aborto quando l’aborto era ancora un reato. Non lo fece per costruirsi una carriera politica. Lo fece perché aveva conosciuto sulla propria pelle l’umiliazione e la clandestinità e aveva deciso che quella sofferenza non dovesse essere imposta ad altre donne. Quella scelta contribuì alla battaglia civile che portò alla legge 194 del 1978.
E da allora fu sempre così.
Contro la fame nel mondo.
Contro la pena di morte.
Contro le mutilazioni genitali femminili.
Per i diritti delle donne.
Per i diritti umani.
Per un’Europa più forte e più unita.
Per i migranti.
Per le minoranze.
Contro ogni forma di autoritarismo.
Non tutte le sue battaglie furono vinte.
Ma anche quando perdeva, riusciva a lasciare una traccia.
Perché Emma Bonino aveva una qualità che la politica contemporanea sembra aver smarrito: la capacità di considerare la politica qualcosa di più grande della conquista del potere.
Per lei la politica era, prima di tutto, una forma di testimonianza.
È stata parlamentare, europarlamentare, commissaria europea, ministra degli Esteri. Ma nessuna carica riesce a raccontarla fino in fondo. Perché Emma Bonino era più grande degli incarichi che ha ricoperto.
Era quella donna minuta, con la voce inconfondibile, capace di presentarsi davanti ai potenti senza mai sembrare intimorita.
Una donna che poteva essere sola, ma non sembrava mai sconfitta.
Una donna che ha conosciuto il carcere, gli scioperi della fame, le sconfitte elettorali, le malattie. Eppure continuava a tornare al suo posto: in prima fila, dove si combatte.
Persino la malattia non riuscì a convincerla a ritirarsi.
E forse c’è una fotografia che più di tante altre racconta Emma Bonino: quella di una donna ormai anziana, provata dal tempo, ma con gli occhi ancora accesi dalla stessa ostinazione della ragazza radicale che decenni prima aveva deciso di non accettare l’ingiustizia come una fatalità.
Oggi quella donna non c’è più.
E viene un po’ di tristezza a pensare all’Italia senza di lei.
Non perché Emma avesse sempre ragione.
Ma perché aveva il coraggio di avere torto pubblicamente, di cambiare idea quando necessario, di restare fedele ai propri principi e di combattere anche quando sapeva di essere in minoranza.
Persino chi non la pensava come lei ha finito per riconoscerne la statura. La sua storia ha superato gli schieramenti politici e, in alcuni momenti, persino le antiche contrapposizioni ideologiche: basti pensare alla visita di papa Francesco a casa sua nel 2024, un incontro che aveva il sapore di un riconoscimento umano prima ancora che politico.
E allora forse oggi non è il momento di discutere delle sue sconfitte.
È il momento di dirle grazie.
Grazie per averci ricordato che i diritti non sono eterni.
Che possono essere conquistati e possono essere perduti.
Grazie per averci insegnato che una minoranza può cambiare un Paese.
Che una persona sola può cominciare una battaglia che diventa, col tempo, una conquista collettiva.
Grazie per aver creduto nell’Europa quando era più facile crederci soltanto nei discorsi ufficiali.
E grazie soprattutto per averci mostrato che la dignità non si misura dal numero di voti che si prendono, dai ministeri che si occupano o dal potere che si possiede.
Si misura dalla capacità di non voltarsi dall’altra parte.
L’immagine che accompagna queste parole dice: «Un’Europa più libera, più giusta, più umana. Il tuo impegno continuerà a ispirarci.»
È una frase semplice.
Ma oggi sembra quasi un testamento.
Perché Emma Bonino se ne va proprio mentre l’Europa torna a interrogarsi sul proprio futuro, sulla libertà, sulla democrazia, sui diritti, sulla pace. E proprio per questo la sua voce mancherà ancora di più.
Mancherà quella voce roca e ostinata.
Mancheranno i suoi silenzi.
Mancheranno le sue battute.
Mancherà quella straordinaria capacità di dire cose scomode senza chiedere permesso a nessuno.
Ma una cosa non mancherà.
La strada che ha lasciato.
Quella resta.
Resta nelle donne che non devono più vivere la maternità come una condanna clandestina.
Resta nelle battaglie contro la pena di morte.
Resta nell’idea che i diritti umani non abbiano passaporto.
Resta nell’idea di un’Europa che non sia soltanto un mercato, ma una comunità di libertà.
Resta, soprattutto, in tutti quelli che continueranno a pensare che la libertà valga la pena di essere difesa anche quando difenderla costa fatica, solitudine e impopolarità.
Ciao Emma.
Non sei stata una donna perfetta.
Sei stata qualcosa di più raro:
una donna libera.
E in un tempo in cui la libertà viene spesso confusa con il diritto di dire qualunque cosa, tu ci hai ricordato che essere liberi significa anche avere il coraggio di pagare per ciò in cui si crede.
Per questo, oggi, l’Italia è un po’ più povera.
Ma l’Europa che hai sognato, quella più libera, più giusta, più umana, ha ancora bisogno di persone come te.
E allora sì, Emma.
Il tuo impegno continuerà a ispirarci.
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