La pesca siciliana si prepara alla mobilitazione. A seguito dell’assemblea degli armatori svoltasi nella giornata di oggi, 23 settembre 2026, la Federazione Armatori Siciliani comunica che è stata assunta, di comune accordo tra i partecipanti, la decisione di aderire e affiancare la mobilitazione nazionale della pesca prevista per il prossimo 22 ottobre 2026.
Secondo le informazioni acquisite dalla Federazione, alla mobilitazione avrebbero già manifestato la propria adesione 43 marinerie italiane, con una significativa partecipazione proveniente dalla Campania, dalla Liguria, dalle marinerie dell’Adriatico e dalla Puglia. La Sicilia intende fare la propria parte. E questa volta la protesta potrebbe avere come centro simbolico uno dei punti più importanti del Mediterraneo: lo Stretto di Messina.
Sicilia e Calabria: allo studio una grande mobilitazione nello Stretto
Nel corso dell’assemblea è stata discussa la possibilità di organizzare, congiuntamente agli operatori della pesca calabrese e in coincidenza con la mobilitazione nazionale del 22 ottobre, una grande manifestazione marittima nello Stretto di Messina. Le modalità operative non sono ancora state definite.
Nelle prossime ore e nelle prossime settimane saranno valutati, insieme alle rappresentanze interessate e nel necessario confronto con le autorità competenti, il numero delle imbarcazioni, i punti di concentramento, le modalità di navigazione e ogni ulteriore aspetto organizzativo, di sicurezza e di ordine pubblico. Una delle ipotesi emerse durante il confronto prevede la partecipazione di almeno 100 pescherecci, con una presenza indicativa di quattro persone per unità, per un totale potenziale di circa 400 operatori imbarcati.
Si tratta, allo stato, di una previsione organizzativa ancora da definire, alla quale potrebbero aggiungersi ulteriori adesioni. La mobilitazione potrebbe infatti interessare anche operatori e cittadini che intendessero partecipare da terra, nei porti e nelle altre aree nelle quali saranno eventualmente organizzati presìdi e manifestazioni.
“Il 22 ottobre la pesca italiana deve far sentire la propria voce”
La Federazione Armatori Siciliani considera ormai il caro carburante una questione di sopravvivenza economica del settore. Per un peschereccio il gasolio non è un costo accessorio. È la materia prima indispensabile per lavorare.
Quando il costo necessario per effettuare una battuta di pesca diventa incompatibile con il valore della produzione, l’armatore si trova davanti a una scelta obbligata: lavorare in perdita oppure lasciare il peschereccio all’ormeggio. Ed è proprio questo scenario che la Federazione intende scongiurare.
Una richiesta precisa al Governo: un tetto effettivo al costo del carburante per la pesca
Dall’assemblea è emersa una richiesta precisa da sottoporre al Governo nazionale e alle istituzioni competenti. La Federazione Armatori Siciliani chiede l’introduzione di un meccanismo capace di garantire alle imprese della pesca professionale un costo effettivo massimo del carburante, utilizzando gli strumenti fiscali, compensativi e finanziari compatibili con la normativa nazionale ed europea.
L’obiettivo indicato dalla categoria è: 40-50 centesimi al litro nelle condizioni economiche ordinarie. 60-70 centesimi al litro durante fasi eccezionali di grave crisi energetica e internazionale come quella attuale.
Per la Federazione questo deve diventare il centro del confronto. Crediti d’imposta, contributi occasionali, bandi e altre misure possono rappresentare strumenti complementari, ma secondo gli armatori non risolvono strutturalmente il problema se il costo effettivamente sostenuto per mettere il gasolio nel peschereccio rimane incompatibile con la redditività della battuta di pesca.
“Non sappiamo quanto durerà questa crisi”
È proprio l’incertezza internazionale a preoccupare maggiormente gli armatori. Nessuno oggi è in grado di sapere con certezza se l’attuale fase di instabilità dei mercati energetici durerà alcune settimane, sei mesi oppure ancora più a lungo.
Per questo, secondo la Federazione, non è più sufficiente inseguire ogni emergenza con provvedimenti temporanei. Occorre una strategia capace di proteggere il settore anche qualora le tensioni internazionali dovessero protrarsi. «Il Governo deve avere una visione di medio e lungo periodo. Non possiamo aspettare ogni volta che il prezzo salga per inventare un nuovo bonus o un nuovo credito d’imposta. Bisogna stabilire quanto può sostenere realmente un’impresa di pesca e costruire intorno a quella soglia un sistema di protezione».
Fondi europei: “Prima salviamo le imprese, poi finanziamo i progetti”
Dall’assemblea arriva anche una seconda richiesta. La Federazione chiede una ricognizione straordinaria delle risorse europee, nazionali e regionali destinate alla pesca, verificando la possibilità di sospendere o rimodulare, nel rispetto della normativa applicabile, le risorse ancora disponibili per progetti non essenziali e concentrare la massima quantità possibile di fondi sulla sopravvivenza economica delle imprese.
La posizione degli armatori è netta: «Se muoiono le imprese di pesca, viene meno anche la ragione per finanziare una parte dei progetti destinati al settore». La Federazione chiede pertanto che venga verificato progetto per progetto ciò che è realmente indispensabile allo sviluppo della pesca e ciò che, invece, può essere rinviato o riprogrammato per fronteggiare l’emergenza energetica.
«Non vogliamo sussidi per non lavorare. Vogliamo essere messi nelle condizioni di andare in mare»
La Federazione respinge l’idea di una categoria che chieda semplicemente nuovi contributi pubblici. La richiesta è diversa: rendere economicamente possibile lavorare.
«Gli armatori non chiedono di essere pagati per lasciare le barche ferme. Chiedono di poter mettere carburante nei serbatoi, prendere il mare, pagare gli equipaggi, produrre reddito e portare sui mercati prodotto ittico italiano». È questa, secondo la Federazione, la differenza fondamentale tra una misura emergenziale e una politica strutturale.
Il 22 ottobre come data nazionale della mobilitazione
La Federazione Armatori Siciliani lavorerà quindi nelle prossime settimane al coordinamento con le altre marinerie e, in particolare, con gli operatori calabresi, affinché il 22 ottobre 2026 possa diventare una giornata nazionale di mobilitazione della pesca professionale.
Per quanto riguarda lo Stretto di Messina, qualsiasi iniziativa sarà preventivamente definita e comunicata alle autorità competenti e dovrà svolgersi nel rispetto delle disposizioni impartite dalle Capitanerie di Porto, dalle Autorità marittime, dalle Prefetture e dagli organi preposti alla sicurezza della navigazione e all’ordine pubblico. La Federazione intende esercitare il diritto alla manifestazione con la massima determinazione, ma anche con senso di responsabilità.
Un mese per dare risposte alla pesca
La data del 22 ottobre lascia alle istituzioni alcune settimane per intervenire. La Federazione Armatori Siciliani auspica pertanto che questo periodo venga utilizzato per aprire un confronto concreto con il Governo nazionale, la Regione Siciliana e le altre amministrazioni competenti.
«Il 22 ottobre non deve essere necessariamente il giorno dello scontro. Può essere evitata l’escalation della protesta se prima arriveranno risposte serie, verificabili e strutturali». La richiesta conclusiva degli armatori rimane estremamente semplice: un peschereccio deve poter uscire in mare senza sapere già, prima ancora di mollare gli ormeggi, che rischia di lavorare in perdita. Se questa condizione minima non potrà essere garantita, la Federazione ritiene inevitabile che la protesta della pesca italiana continui ad allargarsi.
Il 22 ottobre la Sicilia sarà al fianco delle altre marinerie italiane. E dallo Stretto di Messina gli armatori siciliani e calabresi intendono far arrivare alle istituzioni un messaggio: «Senza carburante non c’è pesca. Senza pesca muore un pezzo dell’economia marittima italiana».






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