Antonio Perna

Giornalista free-lance, tessera Odg 58807, cronista dal 1986 anno in cui l'Italia per la prima volta si connette a Internet

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Raymond Boudon poneva una domanda scomoda: perché una parte degli intellettuali guarda con diffidenza al liberalismo? Nel suo libro del 2004 non si accontentava della spiegazione del semplice risentimento, ma cercava di capire le ragioni sociali e culturali di quell’atteggiamento. 

La domanda è ancora attuale. Ma oggi bisogna aggiungerne un’altra: chi decide, nell’epoca dei social, quali idee arrivano fino a noi?

Il punto di partenza è semplice. Un professore, un giornalista, un intellettuale possono godere di grande prestigio all’interno della propria comunità. Pubblicazioni, citazioni, premi, convegni e incarichi costruiscono reputazione. È normale: una società seria ha bisogno di meccanismi per riconoscere la competenza.

Il problema nasce quando il riconoscimento interno diventa autoreferenziale.

Io riconosco te. Tu riconosci me. Una commissione valuta un professore. Quel professore entra in un’altra commissione. Una rivista certifica il valore di un’altra rivista. Alla fine tutti conoscono tutti e il valore rischia di diventare una questione di appartenenza.

Poi arriva il mercato.

E il mercato pone una domanda meno elegante: quanto sono disposto a pagare per quello che fai?

Non è una domanda infallibile. Il prezzo non misura il valore morale, culturale o umano di una persona. Un grande insegnante può essere pagato meno di un mediocre intrattenitore. Un ricercatore può lavorare per anni su una scoperta che non produce immediatamente alcun profitto.

Ma il mercato ha almeno una virtù: non riconosce automaticamente il prestigio che una corporazione attribuisce a se stessa.

Ed è qui che la provocazione di Boudon diventa interessante.

Non perché sia vero che gli intellettuali siano tutti di sinistra. Questa è una generalizzazione che andrebbe dimostrata, non proclamata.

Ma perché ogni élite, culturale o economica che sia, corre lo stesso rischio: scambiare il riconoscimento dei propri simili per il riconoscimento della realtà.

Poi sono arrivati i social

Qui il vecchio schema si rompe.

Per decenni giornali, televisioni, editori, università e partiti hanno avuto un ruolo decisivo nella selezione delle idee che entravano nel dibattito pubblico.

Adesso basta uno smartphone.

Un video di trenta secondi può raggiungere milioni di persone. Una frase può diventare una bandiera. Una polemica può trasformarsi in identità.

È democrazia della parola. Ma è anche democrazia dell’emozione.

L’algoritmo non domanda se un’idea sia intelligente. Domanda se trattenga l’utente.

La rabbia funziona.

La paura funziona.

L’indignazione funziona.

La complessità, molto meno.

E qui si apre una questione ancora più delicata. I social possono essere utilizzati anche da soggetti esterni per amplificare divisioni già esistenti. L’EEAS europeo documenta da anni operazioni di Foreign Information Manipulation and Interference, nelle quali attori statali o non statali utilizzano reti coordinate, falsi account, contenuti manipolativi e temi divisivi per influenzare l’ambiente informativo. 

Il meccanismo più intelligente non consiste necessariamente nell’inventare un problema.

Consiste nel prendere un problema vero e trasformarlo in una guerra.

Immigrazione.

Sicurezza.

Disuguaglianze.

Libertà di espressione.

Diritti.

Guerra.

Europa.

Identità.

Si prende una questione reale, la si riduce a uno slogan e la si consegna all’algoritmo.

Da quel momento non importa più capire.

Importa scegliere da che parte stare.

Il risultato può essere paradossale: da una parte l’intellettuale che considera ignorante chi non possiede i suoi strumenti culturali; dall’altra l’utente social convinto che ogni esperto faccia parte di un complotto.

Due bolle diverse. La stessa incapacità di ascoltare.

E qualcuno può approfittarne.

L’EEAS segnala proprio la capacità delle campagne FIMI di sfruttare questioni identitarie e temi già divisivi per aumentare la polarizzazione. 

Questo non significa che ogni movimento di opinione sia manipolato dall’estero. Sarebbe un’altra forma di complottismo.

Significa una cosa molto più seria: una causa può essere autentica e, contemporaneamente, essere strumentalizzata.

Il malcontento può essere vero.

La manipolazione può essere vera.

Le due cose non si escludono.

E poi arriva Vannacci

Il caso Vannacci è interessante proprio per questo.

Il mondo al contrario nasce fuori dai tradizionali circuiti del prestigio culturale e riesce a costruire rapidamente un pubblico molto vasto. Nell’aprile 2024 ANSA riportava stime superiori alle 230 mila copie vendute; alle elezioni europee del giugno 2024 Vannacci raccolse oltre 500 mila preferenze nelle cinque circoscrizioni. 

Questo non dimostra che le sue tesi siano vere.

Non dimostra neppure che siano false.

Dimostra però che il vecchio sistema di produzione del prestigio non è più l’unico sistema capace di produrre attenzione, consenso e pubblico.

Ed è qui che bisogna evitare due errori speculari.

Il primo è dire:

“Se lo hanno criticato gli intellettuali, allora deve avere ragione.”

Il secondo:

“Se ha avuto successo sui social, allora è stato manipolato.”

Né l’una né l’altra conclusione regge senza prove.

Il successo editoriale non certifica la verità.

Il consenso elettorale non certifica la competenza.

Una laurea non certifica l’infallibilità.

Un premio non certifica la saggezza.

Un milione di visualizzazioni non certifica nulla, se non che quel contenuto è riuscito a ottenere un milione di visualizzazioni.

La vera questione: forse il problema non sono gli intellettuali. E nemmeno il mercato. E nemmeno i social.

Il problema comincia quando rinunciamo alla fatica di giudicare.

Quando crediamo a qualcuno perché appartiene alla nostra tribù.

Quando respingiamo un’idea perché proviene dalla tribù sbagliata.

Quando un professore dice: “Non puoi capire.”

Quando un influencer dice: “Non fidarti di nessuno, tranne che di me.”

Quando l’algoritmo ci mostra cento volte la stessa cosa e noi finiamo per scambiarla per realtà.

La libertà, oggi, non consiste soltanto nel poter parlare.

Consiste nel poter scegliere senza che qualcun altro abbia già scelto per noi ciò che dobbiamo vedere.

E questa è una responsabilità enorme.

Per gli intellettuali.

Per i giornalisti.

Per i politici.

Per le piattaforme.

E soprattutto per noi.

Perché il vero contrario del pensiero libero non è il pensiero di destra.

Non è il pensiero di sinistra.

È il pensiero delegato.

Quello che non verifica, non dubita, non ascolta.

Quello che prende il prestigio per verità.

O il consenso per verità.

O l’algoritmo per verità.

In fondo, la lezione più semplice di Boudon potrebbe essere proprio questa: nessuna corporazione dovrebbe avere il monopolio del valore e nessun algoritmo dovrebbe avere il monopolio della realtà.

Il resto è propaganda.

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